Editoriale Maggio 2012

MAGGIO: LA FESTA PER IL DONO DI MARIA, MAMMA NOSTRA

di don Francesco Cazzato

Le antiche  “Cronache domenicane” della Toscana narrano che un tempo l’Ordine di San Domenico era ricco di fraticelli. Questi giovani avevano notato con simpatia come ogni anno, in tutte le città e borgate, all’inizio del mese di maggio, i loro coetanei, divisi in gruppi e armati di fiori e mandòle, andassero a confezionare ghirlande e suonare serenate sotto le finestre dello loro “madonne”, così chiamavano le loro belle.

Questo rito che elettrizzava la gioventù dell’epoca e si ripeteva per più sere all’apertura del mese di maggio, era chiamato: festa di Calendimaggio. Non ci volle molto per quei giovani fraticelli a organizzare belle canzoni e tanti fiori alla loro madonna: la Vergine Maria. E poiché erano in tanti, non potendo esaurire la loro fantasia e l’esternazione del loro amore in poche serate, decisero di impegnare l’intero mese di maggio.

Il passaggio dai loro conventi al popolo cristiano fu facile: era nata così la devozione alla Madonna nel mese di maggio.

Maggio è detto tradizionalmente il mese dei fiori; quando non esistevano fioraie gli unici fiori a sbocciare erano sui balconi delle case o in un angolo del giardino, dispiaceva vederli appassire sulle piante, erano belli, e, allora, profumati (oggi nelle chiese o nei cimiteri ci sono tantissimi fiori coltivati nelle serre e con tante varietà, ma non si avverte alcun profumo); questi fiori si portavano in chiesa, davanti all’immagine di Maria. E tra fiori, la rosa era chiamata la regina: “Rosa mystica” è il titolo floreale dato a Maria nelle litanie lauretane. È “rosario” (=cespuglio di rose) è stato chiamato l’insieme di “Ave Maria” raggruppate a fasci di dieci intorno ai misteri del Vangelo.

Oggi, giustamente, vien detto che il tempo che la Liturgia riserva a Maria sia l’Avvento, perché con Maria e come Maria si possa vivere l’Attesa del Redentore. Provate però a cancellare dal mese di maggio la devozione mariana e avrete un tempo vuoto. Troppo spesso, a partire da Pasqua, la nostra vita religiosa va in ferie.

In preparazione alla Pasqua riserviamo ogni anno 40 giorni di impegno nella vita liturgica, poi con la festa della Risurrezione mandiamo in pensione ogni nostro interesse, dimenticando che la Chiesa presenta nella scansione dell’anno liturgico non una, ma due “Quaresime”; lo strano è che la maggior parte dei cristiani ignora che, a partire da Pasqua, ha inizio la seconda “Quaresima”. Ci sono 40 giorni di penitenza (e questa Quaresima è di istituzione umana), ma poi ci sono 40 giorni (fino all’Ascensione), anzi cinquanta (fino alla Pentecoste) per cercare di sintonizzarci con la gioia del Risorto, con i suoi “cieli nuovi e terra nuova”, e questa seconda “Quaresima” è di istituzione divina. Noi cristiani facciamo spesso fatica a entrare nel cuore della Pasqua; ci è più congeniale il Gesù delle parabole, dei miracoli; la parola “conversione” ci rintana nella Quaresima prepasquale, difficilmente diventa tema pasquale: conversione alla gioia del Risorto; eppure la religione cristiana è la religione della gioia: Vangelo = “Bella Notizia”. Noi cristiani siamo più devoti ai cimiteri che alle cene eucaristiche, eppure nel Vangelo il cimitero di Gesù dura meno di tre giorni. Non è confortante constatare che le chiese sono meno frequentate dei camposanti.

La devozione mariana nel mese di maggio ci è utile per abituarci a vivere da “risorti con Cristo”, a santificarci nella gioia: “se mi amasta, ha detto Gesù, vi rallegrereste che io vado al Padre…”. Dall’alto della croce Gesù ci ha donato Maria come nostra mamma perché ci educhi a vivere la gioia come “sacrificio” (= in latino: compiere una cosa sacra). Il mese di maggio è da vivere come il cuore del tempo pasquale con Maria accanto che ci educa a scoprire che la gioia vera per un credente è l’essere pieni dello Spirito del Cristo Risorto.