Editoriale Aprile 2012

È PASQUA: AL – EL – UIÀ

 

di don Francesco Cazzato


È facile leggere sulle fiancate degli aerei che attendono di decollare dagli aeroporti i nomi delle diverse compagnie aerei, tra queste c’è la compagnia aerea israeliana “EL – AL” (= Più in Alto).

A Pasqua tutti noi cristiani siamo invitati a puntare il nostro cuore verso l’Altissimo per esprimere la nostra gratitudine: AL EL UIÀ (=Sia Lode all’Altissimo).

“Sia lode all’Altissimo” è un’espressione che viene utilizzata, in latino o in italiano, nella preghiera dei Salmi o nella celebrazione della Messa, ma a Pasqua la Chiesa vuole inserirsi nel primo popolo salvato di Dio utilizzando anche la lingua ebraica, per cui la frase “AL EL UIÀ” diventa la sigla della Pasqua stessa e diventa l’elemento liturgico che lega foneticamente la celebrazione di ogni Messa alla gioia della Pasqua e alla liturgia dei Beati nel Cielo descritta nell’Apocalisse.

Dopo quaranta giorni di silenzio, di digiuno fonetico, nella Veglia Pasquale risuona per la prima volta il canto dell’AL EL UIÀ. Nella liturgia mozarabica della Spagna veniva dato il commiato all’Alleluia durante la prima domenica di Quaresima: “Alleluia, rimani con noi oggi e ti metterai in viaggio domani. Alleluia… Te ne andrai e farai buon viaggio, Alleluia, e ancora tornerai tra noi, Alleluia… Così dice il Signore: è rimasto chiuso nel mio cuore l’Alleluia; e un giorno ve lo restituirò. Alleluia, Alleluia”.

È un testo pittoricamete splendido: l’Alleluia viene trattato come una persona che ci lascia per un viaggio, per quaranta giorni l’acclamazione è ospitata unicamente nel Cuore del Signore Gesù, mentre noi siamo impegnati a pulire il nostro cuore, ma poi ritorna e al suo arrivo, la notte di Pasqua, noi l’accogliamo con gioia.

La notte di Pasqua il Diacono dice al Vescovo: “Padre, per quaranta giorni, siamo rimasti orfani dell’Alleluia,ora glielo consegno”; il Vescovo incomincia a cantare per tre volte l’Alleluia pasquale, innalzandolo ogni volta di tono, a lui risponde tutta l’assemblea mettendosi in piedi.

È un rito molto significativo: la Chiesa, unita all’umanità risorta di Gesù, rappresentata dal cero pasquale, riprende a lodare l’Altissimo unendo la propria acclamazione a quella dei Beati del Cielo contenuta nel libro dell’Apocalisse: Alleluia = Sia lode a Dio Altissimo.

Alleluia! È l’unica parola che la Chiesa può aggiungere di suo all’annuncio “Cristo è risorto”. In origine i cristiani usavano rivolgere l’un l’altro come un saluto l’annuncio “Cristo è risorto”, cui si assertiva rispondendo “È veramente risorto”. I cristiani orientali hanno conservato tutt’oggi questo annuncio come saluto pasquale, non dicono come noi “auguri di buona Pasqua”, ma incontrandosi nel giorno di Pasqua uno dice all’altro: “Cristo è risorto” e il salutato risponde: “È veramente risorto!”. Non c’è nulla di più da dire, perché quel saluto, di fatto, è la completa professione di fede.

Anche i Vangeli, dopo l’annuncio che Cristo è risorto avvenuto sulla soglia della tomba vuota, non aggiungono altra attività del Risorto se non quella di farsi vedere dai discepoli. Nessun nuovo insegnamento da parte di Gesù, se non un rivisitare le parole già dette.

La risurrezione eleva a uno stato nuovo le parole pronunciate da Gesù nella vita precedente, parole sottratte al passato ed innalzate ad assolutezza universale. Non sono più solo un insegnamento sapienziale o profetico, ma “parole che non passano” perché di Dio.

E la Chiesa di suo può solo aggiungere all’annunzio che il suo Signore è risorto l’acclamazione rivelatrice della propria gioia: Alleluia!

Ultimo aggiornamento (Lunedì 07 Ottobre 2013 18:12)