2019_04_21 Una Chiesa che sempre si rinnova. Omelia per una Pasqua di giovinezza (don P. Nicolardi)

Una Chiesa che sempre si rinnova

Riflessioni per una Pasqua di giovinezza

don Pierluigi Nicolardi


 

 

Morte e Vita si sono affrontate
in un prodigioso duello. 
Il Signore della vita era morto;
ma ora, vivo, trionfa.

Cari fedeli, tutta la liturgia della Settimana più santa dell’anno ruota attorno ad un drammatico duello, quello che abbiamo ascoltato nel canto prima della proclamazione del vangelo della risurrezione, il prodigioso duello tra morte e vita, tra tenebre e luce.

«Era verso mezzogiorno – annota l’evangelista Luca – quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio» (Lc 23,44). Queste parole, che abbiamo ascoltato nella solennità delle Palme, esprimono bene il senso del dramma: il cielo si incupisce di fronte al Figlio di Dio crocifisso; le tenebre ricoprono la terra perché sembra abbiano vinto una battaglia. San Paolo, però, chiede al potere delle tenebre dov’è la sua vittoria: «O morte, dov’è la tua morte; o morte, dov’è il tuo pungiglione?». Nel segno del sepolcro trovato vuoto con le bende e il sudario, piegato e riposto in un luogo a parte (cf. Gv 20,6-7), non ci sono più i segni della morte: c’è qualcosa parla di vita, e di vita eterna.

Permettetemi una suggestione; il giardino del sepolcro mi riporta alla memoria un altro giardino, quello dell’Eden. In quel giardino si consumò una storia analoga, ma con protagonisti differenti; a scendere nel giardino è Dio e ad essere cercato è l’uomo: «Adamo, dove sei?». Adamo, insieme alla moglie, erano nascosti per timore Dio, a causa del peccato. La coppia primigenia cercò di fuggire dallo sguardo di Dio non tenendo conto che non c’è luogo nel quale la sua misericordia non possa raggiungerci. Ci ricorda il salmo 138:

Dove andare lontano dal tuo spirito,
dove fuggire dalla tua presenza?
Se salgo in cielo, là tu sei,
se scendo negli inferi, eccoti.
Se prendo le ali dell'aurora
per abitare all'estremità del mare,
anche là mi guida la tua mano
e mi afferra la tua destra.
Se dico: «Almeno l'oscurità mi copra
e intorno a me sia la notte»;
nemmeno le tenebre per te sono oscure,
e la notte è chiara come il giorno;
per te le tenebre sono come luce.

Non esiste luogo nel quale Dio non arrivi con la sua presenza e non riesca a raggiungere l’uomo; nessuna estremità della terra e del mare sono a Lui sconosciute, nemmeno gli inferi o le tenebre. Anche lì risuona la voce di Dio: «Adamo, dove sei?». Un’antica omelia sul Sabato Santo dice:

Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi. Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione. Il Signore entrò da loro portando le armi vittoriose della croce. Appena Adamo, il progenitore, lo vide, percuotendosi il petto per la meraviglia, gridò a tutti e disse: «Sia con tutti il mio Signore». E Cristo rispondendo disse ad Adamo: «E con il tuo spirito». E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: "Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà»[1].

Quel Dio, che agli inizi della storia umana scese nel giardino a cercare Adamo ed Eva nascosti, ora in Cristo è sceso fino agli inferi, fino al luogo tenebroso laddove spesso ci rintaniamo per paura di Dio, o forse solo di affrontare la nostra vita, le nostre responsabilità; non solo Cristo fa sentire la sua presenza, ma – afferma l’apostolo Pietro – lì, in quel luogo di abbandono e solitudine, Egli porta l’annuncio della risurrezione e della salvezza. Suggestiva questa immagine che ci dà la certezza che nei nostri luoghi di solitudine e di abbandono, nei luoghi del nascondimento e del dolore, dov’è pianto e fallimento, lì è presente il Cristo crocifisso, morto e risorto pronto ad annunciare che non c’è croce umana che non abbia, nella fede, il risvolto della risurrezione.

Cari amici, vorrei anche io annunciare da questo altare, con la stessa forza del Cristo risorto, che non c’è morte, non c’è croce, non c’è sofferenza né fallimento che non abbia possibilità di redenzione e salvezza. Vorrei avere la forza per entrare nel vostro cuore e gridare – forse e fosse per l’ultima volta –  «Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà». Don Tonino Bello, commentando il passaggio del vangelo della passione nel quale è descritta l’eclissi di sole al momento della crocifissione e morte, così scrive:

Coraggio. La tua croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “collocazione provvisoria”. Il Calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della croce. C’è una frase immensa, che riassume la tragedia del creato al momento della morte di Cristo. “Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra”. Forse è la frase più scura di tutta la Bibbia. Per me è una delle più luminose. Proprio per quelle riduzioni di orario che stringono, come due paletti invalicabili, il tempo in cui è concesso al buio di infierire sulla terra.
Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane. Ecco le saracinesche che comprimono in spazi circoscritti tutti i rantoli della terra. Ecco le barriere entro cui si consumano tutte le agonie dei figli dell’uomo. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario, c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio. Coraggio, fratello che soffri. Mancano pochi istanti alle tre del tuo pomeriggio. Tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga[2].

Allora, cari fratelli e amici, guardiamo insieme a quel sole sfolgorante della Pasqua che ha rischiarato le tenebre; guardiamo a quel sole che ha fatto capolino in quel giardino nel quale era stato deposto Cristo e che ora, lungi dal sentire l’odore di morte, profuma di primavera, perché brulica di vita.

Nel giardino di Eden Dio scese a cercare l’uomo; lo trovò piegato dal peccato e imprigionato dalla morte. Nel giardino del sepolcro l’uomo scese a cercare Dio prigioniero della morte, trovò l’uomo vincitore. Ecco il Vangelo di Pasqua! Ecco la Buona Novella! Noi che scendiamo nel giardino per entrare nel sepolcro a constatare la morte di Dio e, invece, ci accorgiamo che Dio non è morto. Nel 1965 Francesco Guccini incise un brano che è rimasto nella storia, non solo della musica italiana, ma della cultura. Egli, in piena protesta con il contesto culturale contemporaneo, cantava:

E un Dio che è morto
Ai bordi delle strade, Dio è morto.
Nelle auto prese a rate, Dio è morto.
Nei miti dell'estate, Dio è morto.

Egli stesso, però, come fosse un profeta laico, ribatteva:

Ma penso che questa mia generazione è preparata 
a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,
ad un futuro che ha già in mano,
a una rivolta senza armi.
Perché noi tutti ormai sappiamo 
che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge.
In ciò che noi crediamo, Dio è risorto.
In ciò che noi vogliamo, Dio è risorto.
Nel mondo che faremo, Dio è risorto.

Non lasciamoci scoraggiare! Accogliamo l’annuncio della Pasqua e impariamo, come ci suggerisce san Paolo, a togliere il lievito vecchio per diventare «pasta nuova» (cf. 1Cor 5,7).

Papa Francesco, nell’esortazione apostolica postsinodale, invita i giovani e l’intero popolo di Dio a credere, a vivere e sperare in Cristo vivo:

Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che Lui tocca diventa giovane, diventa nuovo, si riempie di vita[3].

Lasciamoci ringiovanire dall’evento pasquale, lasciamo che l’uomo vecchio muoia per far spazio in noi l’uomo nuovo:

La Parola di Dio – scrive il Papa – ci chiede: «Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova» (1 Cor 5,7). Al tempo stesso, ci invita a spogliarci dell’«uomo vecchio» per rivestirci dell’uomo «nuovo» (cfr Col 3,9.10). E quando spiega cosa significa rivestirsi di quella giovinezza «che si rinnova» (v. 10), dice che vuol dire avere «sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro» (Col 3,12-13). Ciò significa che la vera giovinezza consiste nell’avere un cuore capace di amare. Viceversa, ad invecchiare l’anima è tutto ciò che ci separa dagli altri. Ecco perché conclude: «Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,14)[4].

Cari fratelli, sia una Pasqua di rinnovamento interiore, sia una Pasqua nella quale il nostro rinnovamento inneschi un cambiamento significativo anche per la nostra città.

Gesù è risorto e vuole farci partecipare alla novità della sua risurrezione. Egli è la vera giovinezza di un mondo invecchiato ed è anche la giovinezza di un universo che attende con «le doglie del parto» (Rm 8,22) di essere rivestito della sua luce e della sua vita. Vicino a Lui possiamo bere dalla vera sorgente, che mantiene vivi i nostri sogni, i nostri progetti, i nostri grandi ideali, e che ci lancia nell’annuncio della vita che vale la pena vivere[5].

Accanto a Cristo vivo alimentiamo i nostri sogni, realizziamo i nostri progetti.

Dobbiamo avere il coraggio di essere diversi, di mostrare altri sogni che questo mondo non offre, di testimoniare la bellezza della generosità, del servizio, della purezza, della fortezza, del perdono, della fedeltà alla propria vocazione, della preghiera, della lotta per la giustizia e il bene comune, dell’amore per i poveri, dell’amicizia sociale[6].

Coraggio – ci ricorda il Papa – Pasqua è fonte di vita e di rinnovamento; non lasciamoci rubare la speranza.

Santa Pasqua.



[1] Antica omelia sul sabato santo.

[2] A. Bello, Cirenei della gioia.

[3] Francesco, Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit, 1.

[4] Cf. ivi, 13.

[5] Ivi, 32.

[6] Ivi, 36

Ultimo aggiornamento (Domenica 21 Aprile 2019 15:48)