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Nuovi affreschi rintracciati in ‘S. Maria degli Angeli’

Nuovi affreschi rintracciati in ‘S. Maria degli Angeli’

Sac. Francesco Cazzato

Vi è mai capitato di vedere come è fatto il retro di un altare?

Non mi riferisco all’altare maggiore il cui dorso è coperto dall’intonaco, ma ad un altare laterale, di quelli addossati lungo il perimetro delle nostre chiese; in ‘S. Maria degli Angeli’ è possibile vedere anche questo.

‘S. Maria degli Angeli’ era l’antica parrocchiale, “ecclesia maior”, di Pozzomauro; nonostante la distruzione avvenuta insieme al villaggio nel 1481 ad opera dei turchi (sono visibili i bei cornicioni delle antiche finestre), tra i suoi ruderi amavano sostare e rinfrescarsi con le acque del suo pozzo i pellegrini diretti al santuario di Leuca.

All’immagine della Vergine con in braccio il Bambino recante in mano una melograna (antico simbolo della Chiesa) affrescata su di una parete interna era legata la devozione di molti presiccesi; il 12 luglio 1595 un contadino di nome Gabriele, che lì stava pregando, udì la Vergine che lo incaricava di recarsi dal sacerdote presiccese don Cesare Costa per chiedere che si attivasse per ricostruire la chiesa. Il giorno seguente un cieco, Angelo proveniente da Giuliano, pregando davanti a quell’immagine riacquistò la vista, altri prodigi seguirono e la chiesa fu ricostruita (1598) col concorso dei nobili e del popolo. Il nuovo edificio riempiva di stupore quanti vi entravano: per la sua bellezza, per le dimensioni grandiose (confrontandolo con le altre chiese costruite in quel periodo nei paesi vicini) e perché era il primo edificio sacro nel Capo di Leuca ad avere la forma di croce latina.

Nel 1604 il vescovo di Ugento, Pietro Guerrero, su richiesta del popolo presiccese, diede le ‘lettere patentali’ ai Francescani Riformati per poter costruire il convento e gestire la chiesa. Questo fu il primo convento costruito dall’Ordine della Serafica Riforma (fino a quel momento avevano abitato in conventi appartenuti ad altri ordini religiosi). I frati adattarono la chiesa alle loro esigenze: per avere i due cori (notturno e diurno) innalzarono l’altare maggiore fino al soffitto (la chiesa prese forma di ‘croce commissa’) e ponendo come pala dell’altare la più grande tela dipinta proprio per la nostra chiesa da fr. Francesco de Martina raffigurante il ‘Perdono di Assisi’ (trafugata nel 1968); per l’antico affresco raffigurante ‘S. Maria degli Angeli’ fu costruita un’apposita cappella rompendo la linearità della navata. I lavori di adattamento terminarono nel 1620 per cui sulla trabeazione dell’antico portale fu scritto: ‘A.D. SANCTA MARIA ANGELORUM 1620’.

Per poter comprendere come siano state possibili tali importanti modifiche nella chiesa da poco ricostruita occorre rammentare la grande personalità di p. Lorenzo Pellegrino da Presicce che era al vertice della Serafica Riforma (Custode di governo nel 1607, Commissario nel 1610, nuovamente Custode dal 1613 al 1617). P. Lorenzo Pellegrino dovette assistere con particolare interesse il convento del suo paese natale e già nel 1628 la comunità francescana era costituita da dieci frati in gran parte giovani e nel 1646 la comunità era incrementata con la presenza di sette frati sacerdoti e sette frati non sacerdoti e costituiva la punta avanzata del francescanesimo verso il Capo di S. Maria di Leuca.

Per l’importanza della chiesa e del convento, situati lungo il cammino che i pellegrini, sbarcati a Gallipoli, percorrevano per recarsi a Leuca, la soluzione della cappella ospitante l’icona mariana si rivelò modesta, venne chiamato fra Giuseppe da Soleto (morirà nel 1667) a creare il grande retablo ligneo collocato sull’altare del lato destro del transetto, a fare da cornice all’antica immagine mariana ricollocata nel sito originario.

La cappella rimase aperta almeno fino al 1692 (anno della canonizzazione di S. Pasquale); si decise di chiuderla, perché era un visibile disturbo all’armonia architettonica dell’edificio sacro, tappandola con un altare dedicato a S. Pasquale; fu aperta una porticina tagliando parte dell’affresco raffigurante S. Stefano e utilizzando lo spazio come deposito. Nel 1866 fu scavata una tomba per seppellire le salme dei presiccesi in attesa della costruzione del cimitero (1876).

Quel dorsale grezzo dell’altare di S. Pasquale ha acceso il desiderio di conoscere le funzioni originarie dello spazio retrostante.

Fatti fare alcuni saggi esplorativi, sono venuti alla luce dei lacerti di colore: sono conci affrescati che hanno fatto parte della parete primitiva della chiesa e riutilizzati per la costruzione della cappella. A restauro completato, possiamo ammirare le belle decorazioni della volta e i due affreschi delle pareti laterali: uno recuperato in parte (un angelo e S. Francesco d’Assisi), il secondo raffigura l’incontro di S. Antonio abate con S. Paolo eremita. L’episodio è narrato da S. Girolamo, la cui immagine è nell’affresco di fronte all’altare di S. Pasquale. Aveva raggiunto la veneranda età di 90 anni e Antonio era convinto di essere il primo ad aver vissuto l’esperienza di monaco nel deserto, quando in sogno gli fu rivelato che vi era uno che lo aveva preceduto e l’ordine di andare a visitarlo. Non volendo indugiare nell’obbedienza, all’alba Antonio si incamminò con la speranza che Dio lo avrebbe aiutato a trovarlo. Ci pensò il demonio a porre diversi ostacoli e per ultimo Antonio dovette faticare a convincere l’eremita che la sua venuta non era per disturbare la sua solitudine.

Paolo aveva 17 anni quando aveva deciso di abbandonare il mondo; nel deserto aveva trovato una grotta spaziosa con una grande pietra che custodiva il piccolo ingresso; l’altro lato comunicava con uno spazio a cielo aperto dove vi era una ricca sorgente e una palma: aveva Paolo raggiunto 113 anni nutrendosi con i datteri e confezionando con le foglie il proprio vestito.

Superate le diffidenze iniziali, i due vecchi stavano raccontandosi quando un corvo lasciò cadere un pane. “Da sessant’anni, ogni giorno ricevo da questo corvo mezzo pane – spiegò Paolo – oggi un pane intero, con la doppia razione Dio approva la tua venuta”.

Tra la confidenze reciproche Antonio aveva raccontato che Atanasio, il grande patriarca di Alessandria, era stato suo discepolo e che gli aveva donato il suo mantello. Nel congedarsi, Paolo espresse il desiderio che alla sua morte, ormai vicina, Antonio avvolgesse il suo corpo nel mantello del patriarca. Per soddisfare questo desiderio, Antonio, ritornato al monastero, ripartì subito e trovò il corpo esanime di Paolo in ginocchio, con la testa alta e le mani tese: sembrava che pregasse. Avvolse il cadavere nel mantello, lo portò fuori, pregò con i salmi e… si rattristò perché non gli riusciva di scavare la fossa. Si avvicinarono due leoni e la scavarono con i loro artigli. Antonio portò con sé l’abito di foglie di palma di Paolo e lo indossava con grande devozione a Pasqua e a Pentecoste.

Nello scegliere di affrescare questo episodio dei padri del deserto di Scete (Egitto) è probabile che i Francescani Riformati abbiano voluto ricordare il legame storico che lega la chiesa ‘S. Maria degli Angeli’ con il vicino ipogeo basiliano e la cappella di ‘S. Maria del Rito’, legame esistente ancora nella toponomastica della vicina campagna: ‘Le Schite’.

 
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