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Riabbracciati dalla misericordia del Padre. Omelia IV domenica Quaresima (don Pier)

 

Riabbracciati dalla misericordia del Padre

IV domenica di Quaresima

don Pierluigi Nicolardi


 


Il cammino verso la Pasqua è arrivato ormai al giro di boa; siamo giunti, infatti, alla IV domenica di quaresima, la cosiddetta domenica laetare, della letizia. Il motivo di esultanza, espresso dalla liturgia anche dal colore rosaceo dei paramenti, è indubbiamente il farsi vicino del tempo della salvezza, ma anche e soprattutto la gioia del ritorno di «un figlio che era morto ed è tornato in vita».

L’anno liturgico C è scandito dall’ascolto del vangelo secondo Luca, evangelista definito da Dante lo scriba mansuetudinis Christi, colui, cioè, che più degli altri evangelisti mette in evidenza l’atteggiamento misericordioso di Cristo. In effetti, la misericordia è uno dei temi molto ricorrenti nel vangelo di Luca; egli, infatti, raccoglie più gesti di Gesù legati a questo tema. Ne è una evidenza il capitolo 15 dove sono raccolte le tre parabole “della misericordia”, la pecorella smarrita, la dracma perduta e il figliol prodigo, che ascoltiamo in questa liturgia domenicale.

È bene precisare che le parabole della misericordia si inseriscono in un contesto polemico; i primissimi versetti del capitolo 15, infatti, esprimono bene il tono del discorso: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro»” (Lc 15,1-2). Il vero scandalo per i farisei e gli scribi non era solo il fatto che Gesù perdonasse il peccato, ma che egli aveva sovvertito la logica del pensiero giudaico circa il perdono. Per gli ebrei – forse ancora per noi – il perdono era l’atto finale di un primo momento di pentimento a cui doveva seguire la conversione. Solo allora interveniva il perdono che appariva non già un atto di misericordia, bensì come un vero e proprio atto giudiziale. Gesù sovverte questa formula anteponendo l’ultimo momento, quello del perdono, agli altri due: Egli, come il Padre misericordioso, perdona mettendo così la persona nelle condizioni di sperimentare l’amore di Dio e, solo allora, pentirsi e cambiare rotta.

Questo appena enunciato è lo schema, di fatto, che regge tutto il capitolo 15 del vangelo di Luca, quindi anche la pericope del figlio prodigo. All’inizio del capitolo l’evangelista dice che Gesù, per essere precisi, racconta una sola parabola, introducendo poi le tre storie, quella della pecorella smarrita, della dracma perduta e, infine, del figlio prodigo; pare che Luca voglia sottolineare che ogni singola sfumatura dei tre racconti diventa preziosa per comprendere l’atteggiamento misericordioso di Dio. Non è un caso che il testo dica, quasi come un ritornello, «era perduto ed è stato ritrovato» (cf. Lc 15,6.9.24.32); l’evangelista mette in luce l’azione di Dio che si mette alla ricerca dell’uomo.

Nel brano di questa domenica, il figlio prodigo/padre misericordioso, ci troviamo di fronte alla scelta di un figlio, amato dal padre, che rifiuta non già i beni e la condizione onorevole di, ma la relazione con il padre: chiedendo l’eredità egli interrompe ogni relazione considerando il padre come morto. In questa interruzione di relazione si manifesta una rottura importante sul piano personale, con la propria identità. Il vangelo, infatti, chiama l’uomo della parabola con l’appellativo figlio fino a che regge la relazione con il padre; rotta la relazione padre-figlio viene meno anche l’identità dell’uomo che si allontana. Nella tela di Rembrandt (vedi foto), che ritrae l’immagine del Padre misericordioso, si nota che il figlio, avvolto dall’abbraccio del padre, è monocolore, quasi in attesa che l’amore misericordioso gli ridoni tutte le tinte.

Quali sono i frutti della libertà lontana da Dio? Lo sperpero dell’eredità paterna, oltre ad evidenziare la perdita dell’ultimo legame con il padre, sottolinea l’incapacità di saper gestire i doni di Dio; inoltre, la solitudine, la fame, la nudità fanno fare l’esperienza del nulla.

Il momento di cambiamento in quell’uomo senza nome e senza volto non avviene per conversione, bensì per opportunismo. Infatti, sono significative le parole dell’uomo quando l’uomo sperimenta la fame: «Quanti salariati in casa di mio padre…»; egli escogita il ritorno alla casa paterna per evitare di morire di fame e non per amore nei confronti del padre.

Il vero colpo di scena non è il ritorno del figlio, bensì l’atteggiamento del padre che – afferma l’evangelista - era lì ad attenderlo, forse dal giorno in cui lo stesso si era allontanato da casa: «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Lc 15,20). Da notare che qui ritorna la parola figlio: quando si consuma nuovamente l’incontro con il padre viene ristabilita l’identità del figlio. E questa identità ritrovata viene rafforzata dall’ordine data dal padre ai servi di rendere al figlio il vestito più bello – un chiaro richiamo alla vesta bianca della festa – l’anello e i calzari, segni della dignità ritrovata. L’ultimo imperativo del padre è ordinare di far festa perché il figlio, che era morto è tornato in vita, perduto ed è stato ritrovato; i Padri della Chiesa hanno intravisto nell’immagine del vitello grasso ucciso e dato da mangiare la figura di Cristo, il sacrificio che soddisfa il peccato.

È opportuno sottolineare che la dimensione della festa è comune alle tre storie narrate da Gesù nel capitolo 15. A differenza delle altre storie, però, c’è un ulteriore quadro, inedito. Si tratta del ritorno dai campi del fratello maggiore che non riesce a spiegarsi il far festa per questo fratello che si è allontanato dal padre sperperando l’eredità. L’immagine di questo figlio maggiore è figura dei farisei, i figli che non si sono mai discostati dalla fede, ma che vivono una sorta di gelosia nei confronti di pubblicani e peccatori che vivono l’esperienza profonda dell’amore misericordioso di Dio e dunque della conversione. Quel figlio, mai uscito dalla casa paterna, forse non è mai stato però in comunione con il padre, dentro la relazione. La parabola si chiude con un dubbio, quale sarà la risposta del figlio maggiore?

La parabola mette in luce la durezza del cuore, l’incapacità di comprendere l’amore misericordioso del Padre e la sua logica di amore. Approfittiamo di questo tempo di grazia per convertire il nostro cuore, comprendere la logica del perdono e sperimentarla.

 
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