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La scelta di Accogliere. Sfida educativa o presa di posizione? (don P. Nicolardi)

LA SCELTA DI ACCOGLIERE

Sfida educativa o presa di posizione?[1]

Intervento all'Assemblea AGESCI della Zona "Lecce Adriatica"

Galatina, 24 febbraio 2019

Don Pierluigi Nicolardi

AE “Lecce Ionica”


 


Cari fratelli scout,

ringrazio anzitutto Riccardo Dell’Atti, vostro responsabile di zona, per avermi rivolto l’invito per essere qui; a lui rivolgo i più cari auguri perché in questa nuova chiamata di servizio possa essere sostenuto dal vostro sostegno, ma soprattutto dallo Spirito Santo. Un saluto a tutti i capi che, in vario modo, ho conosciuto in questi anni e che sono presenti in questa assemblea.

Le vicende legate ai flussi migratori e alla risposta politica dell’Italia hanno messo molti capi scout di fronte alla domanda se agire o meno, di chiedere all’Associazione di prendere una posizione. Che direzione prendere: tacere o schierarsi in nome della scelta politica?

Noi capi AGESCI ci siamo posti come orizzonte comune le Scelte Nazionali di Intervento (SNI), una delle quali è relativa proprio al tema dell’accoglienza. L’Associazione afferma che la scelta di accogliere ci impegna a:

-          testimoniare il senso evangelico dell’accogliere;

-          farci capaci di educare i ragazzi e le ragazze alla relazione personale nello spirito di reciprocità;

-          contribuire attivamente a creare contesti aperti all’accoglienza[2].

Per dare risposta agli interrogativi, è necessario guardare a due fari; il primo, la vocazione «assoluta e irrinunciabile» di educatori, il secondo faro, il Patto Associativo.

Sono certo che nel corso di questa assemblea – oltre che nella lettura personale – abbiate avuto modo di riprendere la relazione del Comitato nazionale; di quel testo, davvero denso, vorrei mettere in evidenza una parola-chiave: educazione.

Il Capo Scout e la Capo Guida affermano:

"Il nostro desiderio di abbracciare l’educazione come campo di azione è di fatto una scelta assoluta e irrinunciabile che ci deve rendere capaci – con determinazione, impegno e anche un po’ di fatica e sacrificio – di esercitare il nostro servizio come un’arte, una condizione di vita[3]".

La Relazione del Comitato mette in luce una radicale verità: la vocazione del capo è di essere educatore. E da questo non possiamo prescindere… Dice il testo: «Il nostro essere Associazione trova il suo senso nell’essere per loro [i ragazzi, ndr], nell’aiutarli a sperare in un mondo migliore»[4]; tutto il nostro agire, allora, deve essere orientato verso l’educazione. Ciascuno di noi non è capo per se stesso, ma è educatore e testimone, un fratello maggiore che instaura una relazione educativa con il ragazzo.

Il testo continua:

"Spesso siamo attenti a condividere con l’esterno i nostri valori, le nostre idee, le nostre prese di posizione: quanto questo riesce a comunicare che la nostra vocazione non è tanto dichiarare a parole, ma è educare i ragazzi ad essere uomini e donne liberi che spendono per gli altri? Allo stesso modo siamo attenti nel comunicare quello in cui crediamo ai nostri ragazzi? Come li educhiamo ai valori che sono l’essenza dello scautismo e della nostra fede?"[5].

Queste parole ci richiamano ad una responsabilità: siamo capi non per manifestare o per prendere posizione, siamo capi non per vivere l’avventura, lo siamo perché abbiamo la responsabilità educativa. E allora, più che chiederci se dobbiamo o meno prendere posizione, la nostra personale domanda dovrebbe essere: riesco ad educare i ragazzi ai valori ai quali aderisco? Ne va della relazione educativa e della mia stessa identità e vocazione di capo. «La qualità della relazione educativa – ricordava Maria Luisa Ferrario – non può che fondarsi sul ridurre sempre più il divario fra ciò che si è e ciò che si propone agli altri di essere»[6]. Di qui, l’esigenza di tornare continuamente alle sorgenti della mia scelta. Il Capo Scout e la Capo Guida ci ricordano, proprio nell’ultimo numero di Proposta Educativa, che ripartire dal termine “vocazione”, per quanto importante possa essere, può sembrare riduttivo:

"È allora il momento di rileggere il Patto Associativo – ci ricordano Mela e Coccetti – per riscoprine i valori e confrontarli con la nostra vita di capi e si associazione, insomma di specchiarcisi attraverso per guardare meglio dentro di noi[7]!"

Guardiamo, allora, al secondo faro, il Patto Associativo (PA); come uno specchio, esso riflette quello che io già sono! Forse è bene sottolinearlo e precisarlo: Il PA non è un insieme di obiettivi cui tendere, ma i valori che condividiamo, pur nella fatica del cammino.

Il PA ci ricorda anzitutto che l’impegno politico è irrinunciabile; ed è tale non solo perché cittadino, ma anche perché cristiano. «Il Vangelo – afferma papa Francesco – è un’espressione politica, perché tende alla polis, alla società, a ogni persona in quanto appartiene alla società»; non esiste cristiano che non possa avere a cuore le sorti del mondo, non può esserci scout che non abbia come fine il rendere migliore il mondo di come lo ha trovato! Tale impegno, però, non può che essere coniugato con l’identità del capo: l’essere educatore. Il PA, infatti, nel riportare alla memoria i valori su cui i capi fondano la presenza in AGESCI, rimanda sempre al compito educativo; la proposta scout, impegnando i capi a vivere secondo uno stile che è quello evangelico, è rivolta a educare i giovani[8].

Se dunque la vocazione del capo è «l’arte di educare», in risposta alla scelta di accogliere, non dovremmo pensare immediatamente a prese di posizione, ma ad azioni concrete che suscitino un cambiamento nei nostri ragazzi. Mi permetto ancora di richiamare nuovamente la Relazione del Comitato nazionale quando afferma che dobbiamo essere «testimoni di un modo diverso di abitare questo mondo»[9], e non semplici militanti e manifestanti! La scelta di accogliere si gioca primariamente in un’azione testimoniale che metta in luce l’adesione del capo ai valori del Patto Associativo il quale consegna a ciascuno un impegno: «qualificare la nostra scelta educativa in senso alternativo a quei modelli di comportamento della società attuale che avviliscono e strumentalizzano la persona»[10]. Il Comitato nazionale invita tutte le comunità capi a ribadire che «la nostra scelta politica è l’educazione»[11].

C’è un passaggio nell’esortazione apostolica di papa Francesco, Evangelii gaudium (EG), che ritengo opportuno richiamare; nel quarto capitolo in cui si occupa della dimensione sociale dell’evangelizzazione, circa il bene comune e della pace sociale, Francesco afferma:

"Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci" (n. 223).

Passare dalla logica del possedere spazi a quella di iniziare processi vuol dire rinunciare talvolta alla piazza, alla presa di posizione, non per vigliaccheria o disinteresse, ma per innescare processi educativi e buone pratiche che suscitino un cambiamento in senso alternativo ai modelli di comportamento della società attuale, per usare le parole del PA.

Dare priorità al tempo vuol dire saper attendere che i processi innescati possano produrre frutto, così come Gesù riporta nel Vangelo circa il seme:

Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce, perché è venuta la mietitura» (Mt 4,26-29).

Il compito del capo è seminare e avere pazienza e fiducia, consapevole che non sarà lui a raccogliere; i frutti buoni, caduti dal buon albero, li raccoglierà il mietitore a suo tempo.

"Questo principio [superiorità del tempo sullo spazio, ndr] permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione (GE, 223)".

Il capo, quando innesca un processo educativo, lascia che la priorità sia del tempo, senza ansia da prestazione e da risultato. Questa scelta di educare è la nostra scelta politica.

Certo, l’opzione preferenziale per la via educativa non preclude anche una presa di posizione chiara rispetto ad alcuni valori che i capi condividono e ritengono non negoziabili, ma a condizione che abbia un valore rispetto all’educazione dei ragazzi.

"Non abbiamo soluzioni concrete per risolvere i problemi in cui ci troviamo immersi – ricorda ancora la Relazione del Comitato –, ma abbiamo un sogno, una visione: la visione cristiana di felicità, di pienezza, di umanità. Siamo chiamati, allora, in risposta alla nostra vocazione, a guidare i ragazzi perché possano diventare le prime cellule di un popolo nuovo; siamo chiamati a fare la “gettata” di un popolo nuovo attraverso il nostro metodo educativo. Un popolo di buoni cittadini e buoni cristiani che non hanno smarrito le fondamenta, che non hanno timore di condividere i valori, che non ci preoccupano di manifestare le idee nel dibattito pubblico, ma che operano nel territorio, che si sporcano le mani, che aprono le case"[12].

Ecco, allora, che la nostra vocazione ad essere educatori si trasforma nell’essere sognatori: costruttori di una umanità nuova che sa osare.

«La nostra scelta politica è l’educazione».



[1] Intervento per l’Assemblea della Zona “Lecce Adriatica”. Galatina, 24 marzo 2019.

[2] AGESCI, Strategie nazionali di intervento dell’AGESCI per il triennio 2017-2020, 5.

[3] D. Mela, F. Coccetti, Chiamàti, in «Proposta Educativa», 2(2019), 9.

[4] AGESCI, La scelta di accogliere. Documenti preparatori per il Consiglio Generale, 9.

[5] AGESCI, La scelta di accogliere, 9.

[6] M.L. Ferrario, Ci vuole una relazione, in « R/S Servire», 1(1988), 38.

[7] D. Mela, F. Coccetti, Chiamàti, 9.

[8] Cf. Patto Associativo, 4.

[9] AGESCI, La scelta di accogliere, 9.

[10] Patto Associativo, 4.

[11] Ivi.

[12] AGESCI, La scelta di accogliere, 9.

Ultimo aggiornamento (Sabato 23 Marzo 2019 20:45)

 
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