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Non è bene vivere isolati (don P. Nicolardi)

NON È BENE VIVERE ISOLATI

Meditazione per gli Esercizi di Cristianesimo

Parrocchia S. Eufemia

Giovedì, 21 marzo 2019

don Pierluigi Nicolardi



A         18 Poi il Signore Dio disse:

«Non è bene che l'uomo sia solo:

gli voglio fare un aiuto che gli sia simile».

B          19 Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta

di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo

e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati:

in qualunque modo l'uomo avesse chiamato

ognuno degli esseri viventi,

quello doveva essere il suo nome.

20 Così l'uomo impose nomi a tutto il bestiame,

a tutti gli uccelli del cielo

e a tutte le bestie selvatiche,

ma l'uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile.

21 Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull'uomo,

che si addormentò;

gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto.

22 Il Signore Dio plasmò con la costola,

che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo.

A         23 Allora l'uomo disse:
«Questa volta essa è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna
perché dall'uomo è stata tolta».

B          24 Per questo l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre

e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.

25 Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie,

ma non ne provavano vergogna.



LETTURA DELLA STRUTTURA DEL TESTO

Il testo che abbiamo ascoltato è una parte del cosiddetto secondo racconto della creazione (Gen 2,4b-25); il primo racconto (Gen 1,1-2,4a), attribuito alla fonte sacerdotale, è più astratto e teologico ed è costruito come un poema liturgico strutturato in forma settenaria – scandito infatti secondo i sette giorni della settimana. Si presenta con delle ripetizioni che scandiscono il ritmo («e fu sera e fu mattina») e con una struttura simmetrica che vede prima la creazione degli ambienti (cielo, mare, terra) e in seguito dei personaggi che vivono quegli ambienti (uccelli, pesci, piante, animali e infine l’umanità).

Il secondo racconto, attribuito alla fonte jahvista, va letto non come semplice racconto della creazione seguito dal racconto della caduta, ma come un tutto unico composto da più racconti ma che si leggono e si comprendono nella loro unitarietà: la creazione dell’uomo è distinta dalla creazione degli altri esseri e ci completa solo con la creazione della donna e l’unione della prima coppia umana; seguono il paradiso perduto, la caduta e il castigo. Nel testo emerge chiaramente che l’umanità si realizza non nell’isolamento, ma per mezzo di alcune relazioni fondamentali, quella con Dio (2,7), con il creato – del quale è elevato a custode – (2,15), e con gli altri (2,18-25).

Il testo di Gen 2,18-25 rappresenta quasi una «sosta narrativa» nel ritmo della creazione per spiegare cosa si intenda per adam e mette in evidenza, in modo inequivocabile, la terza relazione fondamentale, quella con l’altro da sé.

Guardiamo alla struttura del testo; è costruito in quattro momenti che presentano una certa simmetria a due a due. Nei primi due momenti il protagonista Dio; egli constata che l’isolamento dell’uomo (A) non è cosa buona e dunque pensa ad un aiuto che gli possa essere similare. Nel secondo momento Dio passa dalla parola all’azione (B), plasmando tutti i viventi e alla fine anche la donna; è interessante notare che l’autore del testo sacro riporta ben sette azioni creatrici da parte di Dio con dei verbi creazionali che si ripetono(plasmare, far scendere, togliere, rinchiudere, condurre): sette è il numero della perfezione e della completezza e non è un caso che il settimo verbo/azione sia il condurre la donna all’uomo, segno, appunto, della compiutezza dell’opera creatrice. L’isolamento dell’uomo è vinto dalla creazione della donna, l’unico essere che gli è simile.  Al primo momento corrisponde in simmetria il terzo (A’); alle parole di Dio, corrispondono le parole dell’uomo che riconosce la bontà e la dignità del dono fatto da Dio, la donna, e la propria identità di maschio. Infine, insieme, realizzano il disegno di Dio (B’): l’unità e la reciprocità.

COMMENTO

L’autore del testo non vuole spiegare la modalità con la quale è stato creato il mondo, in particolare l’uomo e la donna; i testi della creazione si dicono eziologici come obiettivo spiegare il perché il mondo sia stato creato. In questi versetti, in particolare, sembra che si voglia rispondere ad alcuni interrogativi fondamentali, quali l’assurdità dell’isolamento e il pericolo – quasi mortale – della solitudine, la forza di attrazione tra l’uomo e la donna che li spinge ad uscire dalla propria famiglia per crearne un’altra, l’identità della donna come “altro da sé”, il ruolo della corporeità nel rapporto uomo-donna.

1. «Non è bene che l’uomo sia solo»

A decidere se è buono o male vivere soli non è l’uomo, bensì Dio. La solitudine non rientra nel progetto di Dio che, al contrario, Egli cerca di creare un ausilio all’uomo; l’aiuto che Dio cerca per l’uomo non è un semplice appoggio, ma una creatura che possa completarlo. Dio cerca per l’uomo una relazione che possa essere dialogica, di condivisione e di reciprocità. Infatti, l’aiuto deve essergli simile. La somiglianza non esprime solo uguaglianza e pari dignità; per l’uomo è necessario un essere che gli stia davanti, esprimendo alterità e reciprocità. Nessun essere può garantire all’uomo di vincere la solitudine se non la donna: ella permette un dialogo “a tu per tu” adatto all’uomo.

2. «Il Signore Dio plasmò»

Di fronte alla constatazione che la solitudine non è bene per l’uomo, Dio si mette subito all’opera e inizia a creare «ogni sorta di bestie selvatiche e di uccelli del cielo» (2,19). Ciascuna di queste creature, benché siano utili, non rispondono ad un bisogno importante la reciprocità e l’alterità; nessuna creatura può essere un “tu” all’altezza dell’uomo: «l'uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile» (2,20).

Perché, dunque, Dio non crea subito la donna? Non basta che Dio voglia il bene di una persona, è necessario che anche l’uomo lo desideri e lo scopra pian piano. Ecco perché Dio fa passare in rassegna ogni creatura di fronte all’uomo perché gli imponga il nome e ne valuti l’alterità, la capacità di stargli di fronte.

3. «Dio fece scendere un torpore»

A questo punto, Dio fa entrare l’uomo in un torpore; si tratta di un sonno speciale, funzionale a che l’uomo possa risultare completamente estraneo all’azione di creazione della donna. L’uomo non vede l’opera di Dio, non vi partecipa in nessun modo; egli non si costruisce una creatura a propria immagine e somiglianza, secondo i suoi desideri. Non partecipare all’opera di creazione vuol dire non avere possibilità di possederla.

Dio costruisce la donna a partire da “materiale” che proviene dall’uomo; non è segno di subalternanza all’uomo. Tutt’altro! La donna è fatta della stessa materia dell’uomo; Dio utilizza per la donna il “materiale” che già aveva utilizzato per l’uomo, segno della stessa dignità. Finita l’opera, Dio «rinchiuse la carne al suo posto» (2,21). Significativo è il commento che Carlo Carretto fa di questo passo:

Penso alla parola di Dio e al significato di quella caverna fatta da Dio nelle carni di Adamo. Caverna, cioè vuoto, vuoto che ha il rimbombo del richiamo, vuoto solitario, immagine stessa della solitudine. Dio ha scavato nella carne di Adamo, proprio vicino al cuore, una solitudine che metterà in Adamo un’inquietudine nuova e lo spingerà alla ricerca di quella parte di sé che ora è fuori di sé e che gli è necessaria per completare la sua personalità. […] Il sonno è contemplazione estatica, contemplazione di una grandezza e dolcezza realizzate totalmente da Dio in cui Adamo non aggiunge nulla se non la sua ammirazione perché è Dio che fa tutto mentre l’uomo si sente passivo come durante il sonno. E Dio aumenta la caverna nell’uomo e con la caverna il desiderio e la tensione verso quella cosa che è parte di lui e che è fuori di lui e che sotto la mano di Dio diventa termine del suo amore, ricerca fondamentale, colloquio inesausto e che sarà unito a lui da una catena invisibile più forte della morte e più travolgente delle fiumane[1].

Dio conduce la donna all’uomo come il padre conduce la figlia presso la casa dello sposo; questa scena ha già sapore nuziale e ci preannunzia già quale sarà la risposta dell’uomo. Dice un commento rabbinico:

State molto attenti a far piangere una donna, che poi Dio conta le sue lacrime! La donna è uscita dalla costola dell’uomo, non dai piedi perché dovesse essere pestata, né dalla testa per essere superiore, ma dal fianco per essere uguale…. Un po’ più in basso del braccio per essere protetta e dal lato del cuore per essere amata[2].

4. «Allora l'uomo disse»

Solo di fronte alla donna l’uomo comprende di aver trovato completezza e dialogicità, superando così l’isolamento e il rischio di solitudine mortale. Le parole estatiche dell’uomo mettono in evidenza qual è il rapporto tra i due viventi: non di dipendenza, ma di relazione reciproca. La lettura attenta del testo mette al riparo da ogni interpretazione che vuole l’uomo come dominatore o la donna come seduttrice e tentatrice; Dio crea la coppia maschio/femmina, uomo/donna perché possano essere l’uno di fronte all’altro, perché possano essere l’uno dono e risposta d’amore per l’altro.

5. «I due saranno una sola carne»

Il testo riporta una immagine bellissima: di due, sarà una carne sola. Cosa vuol dire? Che tra uomo e donna si instaura una relazione vitale, così forte che riesce a spezzare i legami familiari precedenti per realizzare una realtà del tutto inedita, l’unità nella diversità. Non si tratta, infatti, di pensare ad una fusione o ad una sorta di sommatoria. Non è casuale che don Tonino Bello, parlando della famiglia, utilizzi l’espressione «convivialità delle differenze»; in quel testo egli fa una sorta di parallelo tra la famiglia divina, la Trinità, e la famiglia umana. Afferma che l’amore trinitario, per essere compreso – e per non essere confuso, soprattutto – si deve concepire attraverso una operazione matematica fondamentale, la moltiplicazione. Se si usasse l’addizione, ci sarebbe sovrapposizione: 1 + 1 +1 = 3, non spiega il modello trinitario. 1 x 1 x 1 = 1: solo moltiplicando, solo vivendo per l’altro io moltiplico, divento una cosa/carne sola, pur rimanendo me stesso:

Nel cielo, più persone mettono tutto in comunione sul tavolo della stessa divinità, così che fra loro rimane intrasferibile solo l’identikit personale di ciascuno, che è rispettivamente l’essere Padre, l’essere Figlio, ’essere Spirito Santo. Sulla terra, gli uomini sono chiamati a vivere secondo questo archetipo trinitario: a mettere, cioè, tutto in comunione sul tavolo della stessa umanità, trattenendo per sé solo ciò che fa parte del proprio identikit personale.

Concludo consegnandovi le parole di papa Francesco in Amoris laetitia:

Il verbo “unirsi” nell’originale ebraico indica una stretta sintonia, un’adesione fisica e interiore. Si evoca così l’unione matrimoniale non solamente nella sua dimensione sessuale e corporea, ma anche nella sua donazione volontaria d’amore. Il frutto di questa unione è “diventare un’unica carne”, sia nell’abbraccio fisico, sia nell’unione dei due cuori e della vita e, forse, nel figlio che nascerà dai due, il quale porterà in sé, unendole sia geneticamente sia spiritualmente, le due “carni” (n. 13).



[1] C. CARRETTO, Famiglia, piccola Chiesa, AVE, Roma 1949, p. 27.

[2] Dal Talmud ebraico.

Ultimo aggiornamento (Venerdì 29 Marzo 2019 09:48)

 
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