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La via della felicità è la via della santità (don P. Nicolardi)

La via della felicità è la via della santità

Riflessione per il Consiglio di Zona "Lecce Ionica"

Casarano, 07 marzo 2019


 

Don Pierluigi Nicolardi, AE


Abbiamo scoperto insieme spiritualità scout, imperniata attorno all’esperienza maestra della strada, diventa una parabola del cammino di santità (cf. Fare strada per raggiungere la santità). Lungo questo cammino talvolta si trovano annidati dei “nemici” che mettono a repentaglio il raggiungimento della meta e che è bene conoscere per fuggirli o vincerli (cf. I nemici sottili della santità. Gnosticismo e pelagianesimo); a questo punto del nostro percorso, è opportuno riflettere su «come si fa per arrivare ad essere un buon cristiano» (GE, 63).

Se è vero, infatti, che lungo la strada non importa se ci sia buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo equipaggiamento, anche nella vita cristiana il cammino di santità può essere segnato da tanti eventi, positivi o meno, ma per raggiungere la meta è necessario avere i giusti strumenti per affrontarli.

Nella vita cristiana l’equipaggiamento più importante sono le beatitudini; esse, ci ricorda il Papa, sono come la «carta di identità del cristiano» (GE, 63), uno strumento apparentemente poetico, in realtà fortemente controcorrente rispetto al messaggio del mondo (cf. GE, 65).

Metterò in luce solo alcuni aspetti che possono essere di aiuto al nostro percorso.


1. L’eredità dei poveri e dei miti.

«Il vangelo – ricorda Papa Francesco – ci invita a riconoscere la verità del nostro cuore, per vedere dove riponiamo la sicurezza della nostra vita» (GE, 67); la prima beatitudine non ha a che fare solo e primariamente con la povertà, ma con la nostra stessa identità, un invito a guardare la profondità e lo spazio del nostro cuore. «Il cuore – affermava Giovanni Paolo II – decide della profondità dell’uomo»; confrontarsi, con la prima beatitudine, allora, significa chiedersi quanto spazio io lascio per Dio e per gli altri.

«Quando il cuore si sente ricco, è talmente soddisfatto di sé stesso che non ha spazio per la Parola di Dio, per amare i fratelli, né per godere delle cose più importanti della vita» (GE, 68).

Non può esserci vita cristiana e scout che non sia segnata dalla povertà di spirito; quest’ultima diventa condizione sine qua non per vivere pienamente anche il nostro servizio associativo; una vita piena solo di sé non lascia spazio a niente e a nessuno, ad alcuna relazione. La vita di un capo scout – quale quella di un cristiano – è intessuta di relazioni, e senza esse non si realizza pienamente. Ho già messo in evidenza come la sindrome del superuomo, che pone al centro le capacità e il ruolo del capo, in realtà indebolisce sia le relazioni con gli altri capi, sia la relazione educativa con i ragazzi. «Essere poveri nel cuore, – ricorda Francesco – questo è santità» (GE, 70).

Un’altra virtù che deve contraddistinguere il cristiano è la mitezza; forse, tra le beatitudini, è la più difficile da comprendere nel contesto contemporaneo segnato com’è da chiasso e rapporti segnati da violenza. La fraternità internazionale e l’opzione della nonviolenza sono una risposta dello stile scout al paradigma del mondo contemporaneo; ma nel concreto e nelle relazioni quotidiane la mitezza è il risvolto della correzione fraterna:

«Paolo menziona la mitezza come un frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,23). Propone che, se qualche volta ci preoccupano le cattive azioni del fratello, ci avviciniamo per correggerle, ma “con spirito di dolcezza” (Gal 6,1), e ricorda: “e tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu” (ibid.). Anche quando si difende la propria fede e le proprie convinzioni, bisogna farlo con mitezza (cfr 1 Pt 3,16), e persino gli avversari devono essere trattati con mitezza (cfr 2 Tm 2,25)» (GE, 73).

«Reagire con umile mitezza, questo è santità» (GE, 74).


2. Puri di pensieri, parole e azioni.

Ancora una volta l’esortazione ci riporta al cuore richiamando la beatitudine «Beati i puri di cuore»; il Papa ci invita a purificare il cuore, a non fare entrare nella nostra vita nulla che possa incrinare la carità:

«questa beatitudine ci ricorda che il Signore si aspetta una dedizione al fratello che sgorghi dal cuore, poiché “se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe” (1 Cor 13,3)» (GE, 85).

C’è una bella analogia tra la beatitudine e la legge scout: «gli scout sono puri di pensieri, parole e azioni»; la trilogia usata nella legge ci indica un crescendo: il pensiero governa le parole e le azioni. La purezza non è solo quella interiore, allora, che si manifesta in intenzioni buone; la purezza della legge, analogamente a quella espressa del vangelo, è ben più radicata. «Nelle intenzioni del cuore – ricorda Francesco – hanno origine i desideri e le decisioni più profondi che realmente ci muovono» (GE, 85). Dal vangelo la lezione più importante: «L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (Lc 6,45).


3. Costruttori di pace

Una delle beatitudini è dedicata alla ricerca della pace, anzi a coloro che sono impegnati nella costruzione della pace: beati gli operatori di pace. Il Papa ricorda che il mondo è segnato da tanti conflitti i quali hanno spesso radice sia nell’odio e nella discriminazione, ma anche nell’ingenuo pensiero che la pace possa essere «un consenso a tavolino o una effimera pace per una minoranza felice» (GE, 89).

I costruttori di pace non ignorano o dissimulano il conflitto; essi accettano di «sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. Si tratta di essere artigiani della pace, perché costruire la pace è un’arte che richiede serenità, creatività, sensibilità e destrezza» (GE, 89).

Lo scautismo vive di relazioni; e noi sappiamo quanto le relazioni possono essere conflittuali. Siamo costruttori e artigiani di pace quando non abbiamo uno sguardo ingenuo sul mondo e sulle persone, ma guardiamo con intelligenza e creatività.

La via delle beatitudini ci insegna a guardare al mondo in modo inedito; il Papa ricorda che le parole di Gesù, lungi dall’essere solo poetiche, in realtà «vanno molto controcorrente rispetto a quanto è abituale, a quanto si fa nella società» (GE, 65). Queste parole di papa Francesco non suonano nuove ai capi AGESCI. Il Patto Associativo, a riguardo della scelta politica, ci ricorda una chiara assunzione di responsabilità in merito all’impegno di educare «in senso alternativo a quei modelli di comportamento della società attuale che avviliscono e strumentalizzano la persona».

Si potrebbe dire, con orgoglio, che la proposta di vita cristiana maturata nello scautismo è la concretizzazione degli impegni che la pagina delle beatitudini già chiede ad ogni cristiano. Essere beati vuol dire essere felici e il sinonimo di beati e felici è santi, ricorda Francesco. B.P. ricordava che la via della felicità – e dunque della santità – è procurare la felicità degli altri.

Ultimo aggiornamento (Giovedì 14 Marzo 2019 16:34)

 
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