Home IL PARROCO Editoriali 2019 La statua di Cristo Redentore ritorna alla sua originaria bellezza (Edit. Aprile 2019)

La statua di Cristo Redentore ritorna alla sua originaria bellezza (Edit. Aprile 2019)

LA STATUA DI CRISTO REDENTORE

RITORNA ALLA SUA ORIGINARIA BELLEZZA

Sac. Francesco Cazzato


 

Sempre più leggera la statua lignea del Cristo Risorto, non per facilitare, dopo i canonici 40 giorni, l’ascensione al cielo, ma… per il lavorìo pluridecennale dei tarli reso tangibile dal pugno di polvere color cioccolato che ogni anno ai accumulava nello stipone. Il sostanzioso contributo offerto dalla sig.ra Anna Cesi in memoria dello stimato prof. Leonardo La Puma ha permesso l’atteso restauro realizzato nel laboratorio presiccese del nostro dott. Andrea Erroi.

Una curiosità: nei cataloghi antichi viene denominata “statua del Redentore”. Fino agli anni sessanta del secolo scorso, la festa del Natale era vissuta in un clima più intimo e meno appariscente da come la viviamo oggi. Non vi erano luminarie particolari per le vie del paese, né alberi di natale o panettoni nei negozi, le numerose e poco spaziose botteghe erano intasate da sacchi pieni di legumi, di pasta da vendere sfusa e da pochi altri generi alimentari. Il presepe veniva allestito nelle chiese o nelle case di famiglie benestanti, molta gente viveva in abitazioni di due stanze (camera da letto e cucina) o in uno stanzone in cui dovevano stringersi i numerosi componenti della famiglia e non c’era spazio da riservare a presepi. Il clima natalizio era abbastanza breve: iniziava in chiesa con la novena e i canti del Natale, in casa con il profumo dei fritti, le pigne da far aprire sul fuoco del camino e il cappone allevato per il pranzo della festa.

Molto più socialmente palpabile era la festa della Pasqua con il lungo tempo vissuto in preparazione. Già dal tempo del catechismo entrava nelle orecchie il 5° precetto della Chiesa: “Non celebrare solennemente le nozze nei tempi proibiti” (= in quaresima). Se con il digiuno del mercoledì delle ceneri si dava inizio alla quaresima, questa veniva preceduta da tre domeniche preparatorie chiamate: settuagesima, sessagesima, quinquagesima.

“È quaresima!” erano le due parole utilizzate per spegnere ogni desiderio di golosità o principio di capriccio infantile. In molte famiglie la domenicale pastasciutta veniva condita con mollica di pane fritta in sostituzione del formaggio grattugiato, la domenica penultima prima della Pasqua era detta delle “croci coperte”: panni viola coprivano le croci e alcuni immagini creando in chiesa un’atmosfera mestizia.

Benché non ci fosse la messa vespertina, nelle sere i fedeli affollavano la chiesa portando la sedia da casa (non vi erano banchi) e ponendosi a semicerchio intorno al pulpito per meglio ascoltare il “quaresimale” (corso di predicazione tenuto durante il tempo di quaresima); per buona parte della gente, analfabeta e abituata a parlare in dialetto, il “quaresimale” era un grande avvenimento culturale e, poiché la liturgia veniva celebrata in latino, la predicazione in chiesa era l’unica occasione per ascoltare dei discorsi in lingua italiana. In genere le chiese, dove ogni anno si teneva la predicazione, venivano segnalate ponendo sul campanile la banderuola di rame riproducente un gallo (ricordo del canto del gallo che durante la passione di Gesù occasionò il pentimento di Pietro), comunque l’avvenimento veniva ricordato ai fedeli da un suono particolare delle campane.

La pratica devozionale della “Via Crucis” faceva rivivere con cadenza settimanale il carico di emozioni che sarebbe esploso nella Settimana santa. Nel venerdì precedente quest’ultima si festeggiava l’Addolorata. La parte religiosa era molto curata e in molti facevano la confessione per il precetto pasquale; la festa esterna era rispettosa del clima austero della quaresima; la vera caratteristica consisteva nella fiera-mercato della mattinata, molto frequentata anche dai forestieri, perché le famiglie, agli inizi della primavera, acquistavano animali domestici da allevare. La fiera occupava il percorso stradale tra la chiesa parrocchiale e la cappella dell’Addolorata.

L’ingresso nella settimana più santa dell’anno segnato dalla benedizione di una foresta di ramoscelli di ulivo (da piantare in ogni orto e campo) dava inizio ad un’atmosfera unica: la radio nazionale trasmetteva solo musica classica; dal giovedì il suono delle campane sostituito per le strade dal secco battere della “trozzola” le funzioni liturgiche: si celebrava in chiesa “L’Ufficio delle tenebre” con il caratteristico telaio triangolare pieno di candele (venivano spente, una per volta, al termine di ogni salmo), allo spegnimento dell’ultima veniva simulato il “terremoto” producendo un rumore col battere per terra di sedie e panche.

La visita ai “sepolcri” caratterizzati dal tappeto di grani fatti germogliare e crescere al buio (ricordo semplice e visibile delle parole di Gesù: “Se il chicco di grano caduto a terra non muore…”) impegnava la notte del giovedì e il mattino del venerdì santo. Era un crescendo di emozioni vissute comunitariamente nella processione serale del venerdì con tutte le statue raffiguranti alcuni momenti della passione di Gesù.

L’antica laude “Donna de’ Paradisu, lo figlio tuo è prisu…” di Jacopone da Todi o l’ancor più antico Inno “La madre dell’Agnello Immolato” di Romano il Melode danno un’idea; con una teatralità positiva, quasi da sacra rappresentazione che emozionava sino alle lacrime, al termine della processione il predicatore, rivolto verso la statua dell’Addolorata ferma all’ingresso della chiesa, la invitava ad accogliere il corpo esanime del Figlio mentre il silenzio era occupato dal suono di una marcia funebre che terminava con particolari squilli di tromba; qui si innestava la lunga predica della passione che componeva in tre atti.

Il vertice emotivo si raggiungeva nell’esplosione della Pasqua: il grande panno nero, che aveva oscurato l’intero presbiterio, cadeva al potente suono dell’organo che accompagnava il canto del “Gloria” mentre tutte le campane suonavano. Vedere la statua del Cristo Risorto tra luci e fiori era vero momento liberatorio del pathos precedentemente accumulato: finalmente Pasqua.

Ho ritenuto semplicemente doveroso il restauro della pregiata statua settecentesca (alta cm. 140, peso Kg. 80, probabile opera del Verzella) perché continui a trasmettere con la sua indiscutibile bellezza la gioia pasquale.

 
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