Home IL VICEPARROCO Articoli (don Pier) I nemici sottili della santità (don P. Nicolardi)

I nemici sottili della santità (don P. Nicolardi)

I NEMICI SOTTILI DELLA SANTITÀ

Gnosticismo e pelagianesimo

 

Riflessione per il Consiglio di Zona Lecce Ionica

Casarano, 10 febbraio 2018

don Pierluigi Nicolardi, AE


 

«Lascia che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità» (GE, n. 15). Abbiamo riflettuto a lungo su questa espressione, cercando di comprendere come la santità sia una strada, non una meta già raggiunta.

L’esortazione apostolica Gaudete et exsultate non ha uno sguardo banale sulla santità, come se questo obiettivo fosse alieno a difficoltà o a rischi; papa Francesco, infatti, non descrive questo percorso come privo di ostacoli, al contrario, egli riporta quelli che chiama “due nemici sottili della santità”:

«in questo quadro, desidero richiamare l’attenzione su due falsificazioni della santità che potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo» (GE, n. 35).

Gnosticismo e pelagianesimo sono due antiche eresie che – sostiene Francesco – ancora seducono i cuori di molti cristiani. Anzitutto, vediamo cosa sono questi due nemici.

Lo gnosticismo è la manifestazione di una fede rinchiusa nel soggettivismo e prigioniera della propria ragione (cf. n. 36); il rinnovato pensiero gnostico vede la fede come semplice espressione della propria ragione, come la capacità di conoscere e comprendere le profondità del mistero, ma senza un’incarnazione con la realtà, dimentico soprattutto che la perfezione delle persone è nella carità, non nella capacità di pensiero (cf. n. 37). Scrive Francesco:

«Alla fine, disincarnando il mistero, preferiscono “un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo”». (GE, n. 37).

Lo gnosticismo mette in luce i limiti di una «dottrina senza mistero»; esso, infatti, tende ad «addomesticare il mistero», riducendo Dio e gli altri al frutto del nostro raziocinio.

«Quando qualcuno ha risposte per tutte le domande – continua Francesco – dimostra di trovarsi su una strada non buona ed è possibile che sia un falso profeta, che usa la religione a proprio vantaggio, al servizio delle proprie elucubrazioni psicologiche e mentali. Dio ci supera infinitamente, è sempre una sorpresa e non siamo noi a determinare in quale circostanza storica trovarlo, dal momento che non dipendono da noi il tempo e il luogo e la modalità dell’incontro. Chi vuole tutto chiaro e sicuro pretende di dominare la trascendenza di Dio. Neppure si può pretendere di definire dove Dio non si trova, perché Egli è misteriosamente presente nella vita di ogni persona, nella vita di ciascuno così come Egli desidera, e non possiamo negarlo con le nostre presunte certezze» (GE, nn. 41-42).

S. Anselmo d’Aosta affermava che Dio è «Id quod maius cogitari nequit», Ciò di cui non si può pensare il maggiore; se Dio va al di là della nostra capacità di pensiero, allora non si può cercare di ridurre tutto il mistero di Dio alla nostra ragione.

Il pelagianesimo è una sorta di evoluzione dello gnosticismo; è il frutto della presunzione di poter fare tutto con lo sforzo della propria volontà, togliendo ogni possibilità di azione alla grazia. Questo modo di pensare e di vivere il cristianesimo vuole le persone dei superuomini, capaci di bastare a noi stessi (cf. n. 50).

«Ci sono ancora dei cristiani – mette in guardia il papa – che si impegnano nel seguire un’altra strada: quella della giustificazione mediante le proprie forze, quella dell’adorazione della volontà umana e della propria capacità, che si traduce in un autocompiacimento egocentrico ed elitario privo del vero amore» (GE, n. 57).

Il rischio di vivere da neopelagiani è quello di intrappolarci nello sforzo personale della volontà, convinti che questo possa salvare e portare, da solo, verso la santità.

La strada della santità è frutto di una ragione aperta al mistero e di una volontà che diventa alleata e presupposto perché la grazia santificante possa operare nell’uomo. Nella tradizione cristiana, infatti, non c’è rifiuto del ruolo della persona, ma dobbiamo riconoscere che il primato è della grazia.

Nella spiritualità scout, gnosticismo e pelagianesimo trovano i loro corrispondenti; se lo gnosticismo spirituale è «dottrina senza mistero», lo “gnosticismo scout” è «metodo senz’anima». Spesso, purtroppo, si incontrano capi più attenti all’osservanza del metodo che non al “tipo di uomo” che si vuole contribuire a formare (cf. Sentiero fede, p. 30).

«La finalità dell’educazione – ricorda il Sentiero fede – non è “fare”, ma suscitare persone: una persona si suscita con un appello e non con un addestramento. […] Una delle intuizioni di Baden-Powell sta nell’aver compreso che il valore di un uomo consiste nella realizzazione della sua specifica personalità, piuttosto che nell’adeguarsi a un modello standardizzato» (Sentiero fede, pp. 30-31).

Per quanto il metodo abbia centralità nella proposta scout, esso non è mai fine a se stesso; lo scoutismo, attraverso il metodo che gli è proprio, persegue l’obiettivo di formare buoni cristiani e onesti cittadini, contribuendo a creare nei ragazzi coscienze sane, equilibrate nel rapporto con sé stessi, con Dio, con gli altri e con il creato. Dare spazio non solo alla ragione/metodo, ma dare spazio al primato della ragione del cuore.

Il neopelagianesimo scout si manifesta, invece, in una sorta di rinnovato superomismo che mette al centro dell’attenzione il capo e le sue grandi capacità, ma che adombra il ragazzo ed eclissa il ruolo degli staff e della comunità capi. Ricorda ancora Sentiero fede che il primo strumento dell’intero processo educativo è il rapporto equilibrato tra il capo e il ragazzo:

«Il ragazzo ha bisogno, per imparare a formarsi una sua personalità, di guardare ad un uomo che ha realizzato alla sua maniera quegli ideali verso i quali anche egli tende e che accetta di vivere con lui la stessa avventura. Il ragazzo di oggi ha bisogno di guardare a un uomo capace di indicargli nuove frontiere, che egli stesso ha esplorato per primo con coraggio e convinzione» (p. 31).

Il ruolo del capo è di accompagnatore e di fratello maggiore, di uomo/donna che testimonia che i valori che propone li ha lui/lei stesso condivisi e incarnati; il capo non è un maestro! Un capo che fa delle proprie capacità e del proprio ruolo il suo punto di forza, è un capo metodologicamente fondato, ma che guarda con miopia al futuro; non è in grado, infatti, di essere significativo e incisivo sul ragazzo e sul suo cammino verso la partenza. Rischia l’autorefenzialità perché incapace di decentrarsi per far spazio al ragazzo ed anche incapace di dialogo; forte solo del suo metodo e delle sue grandi potenzialità sarà anche incapace di relazione, anzi, fonte di conflitto all’interno della sua comunità capi.

Vivere la santità oggi, «ognuno per la sua via», significa riconoscere il ruolo della propria intelligenza e della propria volontà non senza la grazia. Analogamente, vivere la santità nel cammino scout vuol dire saper coniugare metodo e capacità organizzative ad una profonda fiducia nei ragazzi e nelle relazioni tra capi.

Ultimo aggiornamento (Domenica 10 Febbraio 2019 16:25)

 
Contatore Visite
mod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_counter
mod_vvisit_counterOggi929
mod_vvisit_counterIeri2285
mod_vvisit_counterQuesta settimana929
mod_vvisit_counterLa settimana scorsa14255
mod_vvisit_counterQuesto mese41839
mod_vvisit_counterIl mese scorso57773
mod_vvisit_counterTutti i giorni1777421

Online: 34
Il tuo IP è: 34.228.38.35
,
Oggi è: Apr 21, 2019