Home IL VICEPARROCO Omelie e Catechesi (don Pier) 2019_02_04 Cuore di Gesù, abisso di ogni virtù (don P. Nicolardi)

2019_02_04 Cuore di Gesù, abisso di ogni virtù (don P. Nicolardi)

Cuore di Gesù, abisso di ogni virtù[1]

Don Pierluigi Nicolardi


 


Nelle tradizionali litanie al Sacro Cuore c’è una invocazione, tra le altre, che recita in questo modo: «Cuore di Gesù, abisso di ogni virtù».

Anzitutto, l’invocazione colloca la sede delle virtù nel cuore, il luogo che, biblicamente, è sede dell’intelligenza e della coscienza; e di questo luogo dice sia un abisso. Anche i Salmi affermano che «il cuore dell’uomo è un abisso» (Sal 63,7). San Giovanni Paolo II, nell’Angelus del 28 luglio 1985, commentando proprio questa invocazione, ebbe a dire che  proprio «il cuore decide della profondità dell’uomo». E nella profondità del cuore di Gesù, vero Dio e vero uomo, vi è la profondità di tutte le virtù.

Le virtù sono atteggiamenti radicati e fondamentali, sono quelle abitudini buone che appartengono all’uomo e alla sua natura, ma che hanno necessità di un percorso di perfezionamento. Infatti, se è vero che le virtù sono atteggiamenti propriamente umani, è anche vero che queste non sono innate, cioè non sono nel nostro cuore da sempre. Ciascuno di noi, infatti, non nasce virtuoso, ma sta nella natura della virtù, in quanto abitudine, il formarsi nel nostro cuore in maniera sistematica e graduale.

Ma ci sono diverse virtù; alcune sono dette umane, o cardinali, altre sono dette virtù infuse, o teologali.

Gesù, vero Dio e vero Uomo, è centro e abisso di ogni virtù. In particolare, Egli è origine e fonte delle virtù teologali; nella liturgia della Parola domenicale di ieri abbiamo ascoltato da san Paolo che ci sono tre cose importanti nella vita cristiana: la fede, la speranza e la carità (cf. 1Cor 13, 13). Queste sono le cosiddette virtù infuse, o teologali; sono chiamate così perché sono proprie del Figlio di Dio, non appartengono alla persona umana, ma vengono infuse, appunto, per opera della Grazia. Fede, speranza e carità sono gli atteggiamenti propri e profondi del Cuore di Cristo che, per mezzo del Battesimo, vengono partecipati a noi cristiani.

La fede consente all’uomo di credere ed aderire a Dio e ai comandi della sua volontà; il Concilio Vaticano II, nella Costituzione Dogmatica Dei Verbum, afferma che credere è l’atteggiamento dell’uomo che «si abbandona tutto a Dio liberamente» (n. 5); infatti, la fede non va solo custodita, va soprattutto vissuta (cf. CCC, n. 1816). Ciascuno di noi può vivere autenticamente la fede, può vivere l’abbandono in Dio solo nella fede del Figlio di Dio: Egli è stato reso perfetto a motivo del suo pieno abbandono, dell’obbedienza e della fiducia in Dio (cf. Eb 5,7-9).

La speranza è la virtù che spinge la nostra esistenza verso il futuro; senza speranza non c’è vita, soprattutto non c’è vita eterna. La speranza è la virtù che ci permette di desiderare la felicità che, nell’orizzonte cristiano, è il Regno di Dio. Anche in questo caso, noi impariamo a desiderare la felicità nella speranza del Figlio di Dio; essa è «ancora sicura e salda per la nostra vita: essa entra fino al di là del velo del santuario, dove Gesù è entrato come precursore per noi» (Eb 6,19-20). Impariamo a sperare perché Cristo ha già vinto la morte e ha già inaugurato il Regno.

«Ma di tutte più grande è la carità» (1Cor 13,13), afferma san Paolo. La carità è la «forma delle virtù» (CCC, n. 1827); essa consente all’uomo di amare Dio e di amare il prossimo come se stessi, così come insegnato da Gesù stesso nel comandamento nuovo. Ma Gesù non ha solo insegnato la via dell’amore. Egli ha vissuto nella carità mostrandoci che vivere nella carità autentica significa amare «fino alla fine» (Gv 13,1), mettendosi a servizio dei suoi, donando la vita al Padre e perdonando i suoi persecutori.

«Cuore di Gesù, abisso di ogni virtù» diventa, allora, l’invocazione che ciascun cristiano dovrebbe ripetere più frequentemente. Se le virtù teologali sono atteggiamenti propri di Cristo che la Grazia infonde nei nostri cuori, allora significa che per imparare a vivere a pieno le virtù dobbiamo imparare ad entrare nell’abisso del cuore di Cristo. Abbiamo la necessità di frequentare Gesù in modo più costante, dobbiamo avere la stessa libertà, lo stesso coraggio e la stessa familiarità che furono del discepolo amato quando, durante l’ultima cena, pose il suo capo sul cuore del Signore (cf. Gv 13,25), quasi a scrutarne ogni palpito, a conoscerne il mistero, a perdersi nel suo abisso. Scrive san Paolo:

«Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, e di conoscere l'amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio» (Ef 3,17-19).

«Un abisso chiama l’abisso» (Sal 41,8); chiediamo al Signore di conoscere davvero la profondità del suo cuore per essere sempre più uniti a Lui e imparare le virtù da Lui, mite ed umile di cuore (cf. Mt 11,29).

Cuore di Gesù, mite ed umile di cuore, rendi  il nostro cuore simile al tuo!



[1] Omelia in occasione delle Quarant’ore presso la Parrocchia di San Carlo Borromeo in Acquarica del Capo. Chiesa di Cristo Risorto, 04 febbraio 2019.

Ultimo aggiornamento (Martedì 05 Febbraio 2019 15:28)

 
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