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L'iniziazione cristiana e lo scoutismo

L’iniziazione cristiana e lo scoutismo

don Pierluigi Nicolardi, AE

In questi ultimi anni si sono incoraggiate le Comunità Capi ad avviare percorsi formativi che facessero prendere consapevolezza ai Capi AGESCI del loro ruolo di educatori alla fede e di catechisti; in particolare, si stanno sperimentando anche dei cammini di iniziazione cristiana che integrano o sostituiscono i percorsi di catechesi proposti dalle parrocchie.

Al fine di formulare una proposta educativa coerente e realmente efficace è opportuno richiamare brevemente il concetto di iniziazione cristiana. Una nota pastorale della CEI afferma che per iniziazione cristiana

«in generale, si può intendere il processo globale attraverso il quale si diventa cristiani. Si tratta di un cammino diffuso nel tempo e scandito dall’ascolto della Parola di Dio, dalla celebrazione dei sacramenti di Dio, dall’esercizio di carità e dalla testimonianza dei discepoli del Signore attraverso il quale il credente compie un apprendistato globale della vita cristiana, si impegna a vivere come figlio di Dio, ed è assimilato, con il Battesimo, la Confermazione e l’Eucaristia, al mistero pasquale di Cristo nella Chiesa»[1].

È interessante notare come il testo del Consiglio Permanente, per indicare il processo di iniziazione, utilizzi l’espressione «apprendistato globale della vita cristiana»; percorso di iniziazione alla fede, allora, lungi dall’essere una semplice istruzione sulle verità rivelate, è piuttosto cammino che ha come esigenza l’imparare facendo, che mette al centro, cioè, l’esperienza. L’obiettivo dell’iniziazione cristiana non è fare conoscere delle nozioni, bensì favorire un incontro, quello con Gesù Cristo. Ricordava Benedetto XVI che

«all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva»[2].

L’AGESCI, centrata pienamente nel metodo scout, fa dell’esperienza il perno della sua proposta educativa. Infatti, per comunicare la fede non è sufficiente parlare[3]; anche nella prima lettera a Giovanni, quando il discepolo annuncia Cristo, afferma:

«Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi» (1Gv 1,1-3).

La progressione di verbi che sono stati evidenziati fanno comprendere che non basta comunicare con la parola; il Verbo della vita si annuncia e si testimonia con tutta i nostri sensi, udito, vista e tatto. Di qui, la necessità di fare spazio all’esperienza.

Uno degli ostacoli alla formazione delle nuove generazioni – anche nella formazione cristiana – è la separazione tra le dimensioni costitutive della persona, razionalità e affettività, corporeità e spiritualità[4]. La spiritualità scout, segnata fortemente dalla logica dell’esperienza, legata ai quattro punti di Baden-Powell (formazione del carattere, salute e forza fisica, abilità manuale, servizio al prossimo), propone un percorso di crescita integrale dei giovani attraverso lo sviluppo di un programma cosciente di vita che metta in evidenza la vocazione propria di ciascuno; la conoscenza e il rapporto positivo con il proprio corpo come fonte di relazione con gli altri e con Dio, vivendo in maniera sana la sessualità, la sofferenza, la gioia… Ancora, lo sviluppo della creatività e dell’intelligenza pratica, l’educazione a prendersi cura dell’altro.

Se per diventare cristiani è necessario un processo di apprendistato, se la trasmissione della fede è segnato da un processo comunicativo composito, di parole, segni e simboli e di esperienza, allora è necessario che, accanto agli apprendisti, ci siano degli accompagnatori più adulti e maturi nel cammino di fede che possano introdurre i più piccoli all’arte dell’incontro con il Risorto. Di qui il ruolo fondamentale degli educatori-catechisti.

I capi scout hanno un ruolo determinante; essi sono maestri di vita, persone che testimoniano con gioia la propria scelta associativa, politica e soprattutto di fede. I capi devono avere ben chiaro l’orizzonte dei valori che vogliono proporre al giovane scout, ma soprattutto devono crederci per primi, testimoniare, devono poter far vedere che loro stessi hanno incarnato quell’orizzonte di valori e che, anzitutto, hanno vissuto la gioia dell’incontro con il Risorto. Il ragazzo ha bisogno di guardare a persone mature che hanno realizzato alla loro maniera gli ideali verso i quali tendono, accettando di vivere la loro stessa avventura. Ha bisogno di persone capaci di indicare orizzonti nuovi che loro stessi, per primi, con coraggio e convinzione, hanno esplorato[5]. Se è chiamato ad impegnarsi «nell’evangelizzazione e nella formazione cristiana delle giovani generazioni»[6], il capo non può fare della catechesi e dell’annuncio di fede «il luogo delle opinioni o peggio dei dubbi personali»[7]. Dovrà piuttosto essere credibile non già perché ha fugato tutti i suoi dubbi, ma perché, nell’umana fatica del credere, è in cammino e in continua ricerca dell’incontro col Signore Risorto. Significative, a riguardo, sono le parole del giudice Rosario Livatino, martire della mafia: «Alla fine non ti chiederanno quanto sei stato credente, ma quanto sei stato credibile».

Il percorso di iniziazione cristiana si inscrive in questo ampio quadro. I ragazzi hanno bisogno non di semplici nozioni sui sacramenti, bensì di essere introdotti all’incontro con Gesù Risorto da testimoni credibili.



[1] Consiglio Episcopale Permanente, Nota pastorale L’iniziazione cristiana. 2. Orientamenti per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi dai 7 ai 14 anni, in «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana», 7(1999), pp. 265-266.

[2] Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus caritas est, n. 217, corsivo mio.

[3] Cf. AGESCI, Sentiero Fede. Il progetto, gli strumenti, le schede, Roma, Fiordaliso, 2010, p. 76.

[4] Cf. Educare alla vita buona del Vangelo, n. 13.

[5] Cf. AGESCI, Sentiero Fede, pp. 31-32.

[6] Cf. AGESCI, Patto Associativo, p. 4.

[7] AGESCI, Sentiero Fede, p. 156.

 
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