Home IL PARROCO Editoriali 2018 Editoriale Dicembre 2018

Editoriale Dicembre 2018

IL VESTITO PIÙ BELLO

sac. Francesco Cazzato


 

La statua completamente vestita di nero, collocata in alto nello stipone del terzo altare a sinistra, durante la scorsa estate ha calamitato l’attenzione di molti turisti in visita alla nostra chiesa parrocchiale; tradizionalmente le statue sono di legno e nel Salento abbondano anche quelle in cartapesta. Per accontentare la comprensibile curiosità ho spiegato a coloro che mi hanno interrogato che la statua raffigura la Vergine Addolorata ed è uno tra i tanti segni storici dovuti alla cultura spagnola (chi va in Spagna o nelle nazioni latino-americane trova che nelle chiese moltissime statue indossano abiti di stoffa) presenti nel nostro territorio facente parte del Regno di Napoli.

Si tratta di un’arte povera e poco costosa: fare un manichino (=macinola), infilare in alto una testa in terracotta o di legno o di cartapesta, ai lati appendere due mani e coprire il manichino con un abito di stoffa; per comporre il manufatto non necessita il genio di un artista. Nel tempo può crescere l’affezione dei fedeli all’immagine sacra e come segno di devozione vengono confezionati abiti nuovi e sempre più preziosi per la qualità delle stoffe e per i ricami, per cui la bellezza artistica appare non nella statua, ma negli abiti che la statua indossa. Si era arrivati nel passato a compiere dei veri “riti di vestizione” cosicché le statue, ridotte a grandi bambole, potessero sfoggiare nel corso dell’anno liturgico il ricco corredo di vestiti. È stato il motivo per cui nel corso del secolo scorso sono state emanate direttive per limitare al massimo questo tipo di statue.

L’interesse continuo manifestato da numerose visitatrici per il meraviglioso ricamo dorato che copre l’abito della Vergine Addolorata ha risvegliato il ricordo di un abito mariano ancor più prezioso: quello della Beata Vergine denominata “Madonna dei fiori”, la statua che nel mese di maggio accoglieva i “fioretti” di noi bambini (alcuni conservano la foto della Prima Comunione ai piedi di quella statua) e che nella novena dell’Immacolata veniva collocata sull’altare maggiore, una volta tolta la statua di S. Andrea. Quella statua-manichino fu sostituita nel 1967 dall’attuale “Madonna Immacolata” donata per devozione di Vittorio Cazzato, mio padre. Nel tempo è andato distrutto il telaio con la testa e le mani, ma conservati il bellissimo abito di seta, l’azzurro mantello e la corona donata alla Vergine nel 1943 dalla sig.ra Maria Cannazza Mele.

Ignorato per decenni, è sfuggito alla tentazione di collocarlo in un museo, il prezioso abito (la mancanza di stemma nobiliare o nome di famiglia donatrice fa presumere che per realizzarlo abbia contribuito l’intera popolazione), ricordo della fede e dei sacrifici dei nostri antenati, ora viene ridonato a Maria posizionandolo accanto all’antico affresco mariano ritrovato nella “chiesa dei morti”.

Nel linguaggio biblico dei segni, donare «il vestito più bello» del paese a Maria indica uno speciale affetto, lo ricorda la parabola del “figliol prodigo” (Lc 15,22 «…portate il vestito più bello e rivestitelo») e nell’Antico Testamento il celebre episodio di Giuseppe, figlio di Giacobbe venduto dai fratelli, o il salmo 44…

Nell’imminenza del Natale è bene considerare che, a differenza dei tanti “Bambinelli” seminudi dei nostri presepi, il Vangelo in due versetti (Lc 2,7 e 2,12) ci tiene a precisare che Maria «…lo avvolse in fasce»; e «…troverete un bambino avvolto in fasce». Quelle fasce raccontano non tanto una eventuale difesa dal freddo, quanto la tenerezza della mamma che nei nove mesi di gestazione le ha tessute al telaio anticipando più volte col pensiero la gioia per quando potrà avvolgerle al piccolo nato.

L’affetto di Maria-madre, perché il Figlio vestisse nella maniera decorosa di un Rabbi (=Maestro) in continuo contatto con la folla, lo si vede anche nel momento della crocifissione quando i quattro soldati, ai quali spettava il diritto di dividersi le vesti dei condannati, decidono di tirare a sorte la tunica di Gesù perché era nuova, senza alcun rammendo. Certamente ancor più prezioso della tunica confezionata dalla madre Maria è il vestito donato dal Padre nella giornata della Trasfigurazione (Mc 9,3) «…le sue vesti divennero splendenti, bianchissime, nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche».

Guardando il plurisecolare vestito mariano vogliamo superare il reale valore estetico e la preziosità degli antichi ricami, per gioire del grande affetto e devozione verso Maria che i nostri antenati hanno nutrito e che in questo abito prezioso hanno voluto manifestare, con gioia vogliamo accettare come gradita eredità il loro amore a Maria, loro e nostra Madre.

Con riconoscenza voglio ricordare i sigg. Tonino Tamborrini, Vincenza Ciullo Scarlino e il tappezziere Giovanni Corchia che hanno offerto le loro competenze per l’allestimento delle due teche.

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 14 Novembre 2018 09:23)

 
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