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"Fare strada" per raggiungere la santità (DP Nicolardi)

«FARE STRADA»...

PER RAGGIUNGERE LA SANTITÀ

Percorso di formazione per il Consiglio di Zona

AGESCI "Lecce Ionica"

 

Casarano, 05 novembre 2018

 

don Pierluigi Nicolardi, AE



 

Quando si parla di santità ci si riferisce spesso ad una così meta alta—talvolta troppo alta—quasi fosse irraggiungibile. In realtà, ogni cristiano è—per così dire—rannodato alla santità per mezzo di Dio cordoncini: la creaturalità e il battesimo.

C’è un dato, infatti, che tanto spesso ci sfugge: siamo santi per vocazione, per chiamata. Dio, ricorda san Paolo nella lettera agli Efesini, ci ha scelti in Cristo per essere santi e immacolati prima della creazione del mondo (cf. Ef 1,4); Dio, creandoci a sua immagine e somiglianza (cf. Gen 1,27), e avendoci creato per mezzo del Verbo e in vista del Verbo (cf. Gv 1,3), ci ha già impresso il dono della santità, per grazia. Il battesimo—momento nel quale riceviamo una nuova creazione, quella dei figli di Dio—è un ulteriore momento di grazia nel quale il dono di santità già ricevuto si rafforza mediante la vita di Cristo che è innestata nella vita di ciascuno di noi; in particolare, le virtù di Cristo—fede, carità e speranza—ci abilitano a vivere la nostra esistenza in maniera del tutto nuova, sorretti non già da un esempio. Cristo, infatti, non è venuto per indicare solo un esempio di vita buona, bensì per «informare e segnare ulteriormente», per conformare l'uomo, con tutta la sua forza, «dal di dentro».

La santità—che come abbiamo visto è dono di Dio– è anche un compito e una responsabilità; non basta averlo ricevuto, è necessario che il dono possa fruttificare. Nell’esortazione Gaudete et exsultate il Papa, per indicare la responsabilità della santità, utilizza spesso il termine “cammino”, un termine che a noi scout evoca l’espressione più familiare: «fare strada». Forse, se impariamo a leggere con un linguaggio a noi più familiare le esigenze del cammino di santità, questo ci sembrerà meno impossibile.

Scrive Francesco:

«Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi. Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova. Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato? Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli. Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù. Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali. Lascia che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità» (GE, nn. 14-15).

Per essere santi è necessario fare strada, ossia prendere in spalla la nostra vita, così com’è nel quotidiano, e percorrerla con perseveranza, certi dell’aiuto dello Spirito Santo.

«Per un cristiano—continua il Papa—non è possibile pensare alla propria missione sulla terra senza concepirla come un cammino di santità, perché “questa infatti è volontà di Dio, la vostra santificazione” (1 Ts 4,3)» (GE, 19). Per uno scout cristiano—analogicamente—non è concepibile pensare alla propria vita e alla propria missione senza pensare che essa possa e debba essere vissuta nella logica della strada.

Vivere il cammino di santità, ci ricorda l’esortazione, vuol dire misurarsi con «la statura che Cristo raggiunge in noi», imparare «con la forza dello Spirito Santo, a modellare tutta la nostra vita sulla sua» (GE, 21). Questo vuol dire che nella propria vita ciascun cristiano dovrà essere in grado di far risplendere Cristo, anzitutto facendo fruttificare tutta la propria umanità: la santità appartiene all’uomo/alla donna, non è una realtà impossibile, quasi aliena: «Non avere paura della santità. Non ti toglierà forze, vita e gioia. Tutto il contrario, perché arriverai ad essere quello che il Padre ha pensato quando ti ha creato e sarai fedele al tuo stesso essere» (GE, n. 32) Nella logica del cammino, la santità può essere letta e – tradotta – con il linguaggio dei nostri strumenti, in particolare la strada, appunto; di seguito, vi invito a rileggere l’art. 10 del regolamento metodologico della branca R/S sulla strada quasi in “sinossi” con le istanze della santità.

Fare strada vuol dire «conoscere, dominare e superare i propri limiti». Scrive il Papa: «Dipendere da Dio ci libera dalle schiavitù e ci porta a riconoscere la nostra dignità» (GE, n. 32). Il cammino di santità – al pari della strada – ti mette nelle condizioni di conoscere più profondamente te stesso, mettendo in luce, nella fatica del progredire, i tuoi limiti e invitandoti ad una trasformazione interiore che ti chiede di superarti.

La strada «insegna l’essenzialità vissuta non come privazione, ma come capacità di vivere con quanto strettamente necessario, restituendo il giusto valore alle cose, consentendo di sperimentare la precarietà, che aiuta a riflettere sulle situazioni di povertà, di solitudine e di lontananza proprie di tanti fratelli». «Le ricchezze – continua Francesco – non ti assicurano nulla. Anzi, quando il cuore si sente ricco, è talmente soddisfatto di se stesso che non ha spazio per la Parola di Dio, per amare i fratelli, né per godere delle cose più importanti della vita» (GE, n. 68). Sapersi ricco spesso vuol dire non avere capacità di stupirsi. La precarietà del cammino – parabola della povertà evangelica – rimette la persona nelle condizioni di scoprire la bellezza e di aprire il cuore; la strada, con le sue asperità, è maestra di povertà e mette nelle condizioni di scoprirsi bisognosi degli altri, dell’essenziale, di Dio.

Fare strada è «camminare con gli altri e incontro agli altri insegna la gioia di stare insieme, l’amicizia, la fraternità, la solidarietà e l’accoglienza». «Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione» (GE, n. 26). Per essere santi non serve rifuggire dal mondo e rifugiarsi in una sorta di “universo parallelo” non quale esistiamo noi e noi soltanto; la santità presuppone la capacità di stare con gli altri e di mettersi a servizio degli altri; che senso avrebbe “santificarsi”, cioè “separarsi dal mondo” come se questo fosse fonte di pericolo? La nostra missione non è forse «lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato»?

«La strada aiuta a vivere momenti di silenzio nei quali è possibile pensare e riflettere sul proprio percorso personale di crescita». L’esortazione continua affermando che vivere il servizio «non implica disprezzare i momenti di quiete, solitudine e silenzio davanti a Dio. Al contrario. Perché le continue novità degli strumenti tecnologici, l’attrattiva dei viaggi, le innumerevoli offerte di consumo, a volte non lasciano spazi vuoti in cui risuoni la voce di Dio. Tutto si riempie di parole, di piaceri epidermici e di rumori ad una velocità sempre crescente. Lì non regna la gioia ma l’insoddisfazione di chi non sa per che cosa vive. Come dunque non riconoscere che abbiamo bisogno di fermare questa corsa febbrile per recuperare uno spazio personale, a volte doloroso ma sempre fecondo, in cui si intavola il dialogo sincero con Dio?» (GE, n. 26). L’anima di ogni impegno è il silenzio, inteso non come fuga mundi, bensì come dialogo fecondo con Dio; nell’intimo del cuore, laddove c’è «il sacrario dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità propria» (Gaudium et spes, n. 16), lì, nella nostra coscienza, nasce l’esigenza del servizio.

In queste breve riflessioni il mio intento non è di presentare tutta l’esortazione, ma solo mettere in luce alcuni aspetti che possano essere di aiuto al nostro percorso di santità, tenendo presente che tale chiamata ci appartiene ed è percorribile in qualsiasi stato di vita e qualunque sia il servizio ecclesiale – come nel nostro caso – che prestiamo. «Ognuno per la sua via» (GE, n. 10), ciascuno secondo il sentiero più conforme alla propria identità e vocazione, ma tutti in cammino verso la medesima meta. San Giovanni Paolo II, in un discorso ai Lupetti e alle Coccinelle, affermò: «Lo scoutismo aiuta a essere persone nuove, educando alle virtù difficili, che permettono a ciascuno di realizzare il progetto di Dio sulla propria esistenza» (26.04.1995). Forse la virtù più difficile è la santità; lo scoutismo, però, ci aiuta a capire che ciò che è difficile non è mai impossibile.

La santità è… IM...POSSIBILE!

Ultimo aggiornamento (Martedì 06 Novembre 2018 09:38)

 
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