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2018_09_23 Omelia per Conferenza Animatori RnS Bari (don P. Nicolardi)

Un servizio santo

per un Rinnovamento nello Spirito[1]



Cari fratelli e sorelle nella fede,

la santità è una nota specifica della creazione; fatti a «immagine e somiglianza» (cf. Gen 1,26) del Creatore, partecipiamo fin dalla creazione della santità di Dio. Nella lettera agli Efesini, nel celebre inno cristologico, san Paolo afferma che Dio, in Cristo,

«ci ha scelti prima della creazione del mondo,
per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità,
predestinandoci a essere suoi figli adottivi
per opera di Gesù Cristo,
secondo il beneplacito della sua volontà» (Ef 1,4-6a).

Questa nota – la santità – è stata disattesa dalla creatura umana quando ha inclinato il proprio cuore alle lusinghe del Tentatore, rifiutando così di portare avanti il progetto che Dio aveva inscritto nel cuore di ciascuno. Anche di fronte al peccato, anche di fronte al rifiuto, Dio non ha esitato di stendere il suo braccio santo, a tendere verso noi la sua mano misericordiosa; sempre san Paolo afferma che «laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20). L’intera esistenza cristiana prende avvio da una esperienza pneumatica, da una eccezionale effusione dello Spirito Santo, il Battesimo. Questo evento, che ci costituisce tutti come sacerdozio regale, gente santa, popolo che Dio si è acquistato (cf 1Pt 2,9), ci consente di recuperare quella vocazione originaria della persona umana che è inscritta nella sua natura creaturale: la santità. Il primo attributo che va riconosciuto alla santità è, anzitutto, la vocazione. La santità è vocazione. Dio, in Cristo, ci ha pensati e creati santi, a sua immagine.

La santità, ancora, non solo è vocazione, cioè connaturalità con la nostra dimensione creaturale; essa è anche un dono. La santità è dono. Dio, in Cristo, per mezzo dello Spirito Santo, ci infonde il dono della santità. Il Battesimo, dicevo poc’anzi, è il momento nel quale il Padre infonde in ciascuno di noi quel dono che, a causa del peccato, noi abbiamo sciupato. Quella rinnovata Pentecoste ci rimette nella condizione di restaurare il pasticcio – per così dire – causato dal peccato originale.

Tutta l’esistenza cristiana trae inizio con la vita divina di Cristo in noi; essa è un dono di Dio, innestato per mezzo dello Spirito Santo, ma è anche un compito, giacché fa appello alla libertà e alla collaborazione da parte dell’uomo. Attraverso la grazia sacramentale è la vita di Cristo che viene accettata liberamente dall’uomo. La vita cristiana, perciò, è imitazione di Cristo, non nel senso di una via esogena che l’uomo deve percorrere con le sue sole forze, ma è la stessa vita di Cristo innestata nella nostra vita; il cammino di sequela e di imitazione, la santità – in ultima istanza – non è una forma esteriore, ma processo oggettivo e sacramentale per il quale il credente riveste il Cristo, diventa partecipe del suo mistero pasquale. La santità, allora, è anche un compito.

Nell’esortazione apostolica Gaudete et exsultate (GE) che Papa Francesco ha voluto affidare alla Chiesa sul tema della santità mette in evidenza questa dinamica importante di dono e di compito – che è di tutta la vita cristiana; egli lo mette in evidenza in maniera particolare quando parla dei nemici della santità, cioè lo gnosticismo – una fede rinchiusa nel razionalismo e nel soggettivismo – e il neo-pelagianesimo – la presunzione di poter fare tutto per sforzo di volontà.

Perché è importante richiamare questi due nemici? Lo gnosticismo (cf. GE, nn. 36-46) esalta la conoscenza, «per sua propria natura vuole addomesticare il mistero, sia il mistero di Dio e della sua grazia, sia il mistero della vita degli altri» (GE, 40). Una fede così fatta mette in luce la dottrina, ma – ricorda il Papa – esclude del tutto il mistero. È il rischio di chi non riconosce il ruolo dello Spirito Santo nella propria esistenza, ma fonda tutto sulla propria intelligenza; Gesù, nel vangelo di Giovanni, ricorda a Nicodemo la necessità di dover “rinascere dall’alto”, la necessità, cioè, di essere nuovamente generati perché tutto ciò che è propriamente umano possa essere segnato dalla forza dello Spirito, anche la scienza e l’intelligenza: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito» (Gv 1,8). La vita cristiana, senza il dono dello Spirito Santo, è solo vuota dottrina, forse giusta, ma senza carità e misericordia. La santità, in questo contesto, è minata perché non è governata dalla novità e dall’imprevedibilità dello Spirito, ma dalle stringenti logiche della ragione. Se è vero che non c’è contrapposizione tra fede e ragione, è anche vero che la ragione da sola difficilmente si solleva verso il Dio Santo.

L’altro nemico della santità, continua il Papa, è il pelagianesimo, cioè la presunzione di chi crede che solo la propria volontà e il proprio sforzo possono essere di aiuto nel raggiungere l’obiettivo (cf. GE, 47-62). Ancora una volta, l’ostacolo alla santità è credere di poter eliminare dalla nostra esistenza cristiana l’opera dello Spirito Santo; lo Spirito è colui che dà la forza di sostenere quanto già ciascuno di noi ha, sia per natura, sia per dono. Mi spiego. È vero che la volontà è importante; essa ci spinge a muoverci, ad uscire – per usare una espressione cara al Papa –, a mettere in circolo le forze che “naturalmente” ciascun cristiano già possiede. Quelle «capacità naturali – ricorda il Papa – sono un dono. Abbiamo bisogno di riconoscere gioiosamente che la nostra realtà è frutto di un dono, e accettare anche la nostra libertà come grazia. Questa è la cosa difficile oggi, in un mondo che crede di possedere qualcosa da sé stesso, frutto della propria originalità e libertà» (GE, 55). Ma oltre a queste capacità innate, l’uomo necessita di un sostegno ulteriore, di una forza che non è lui a darsi, ma che viene dallo Spirito.

E qui arriviamo alla chiave di volta della vita cristiana. Senza questo ausilio “dall’alto”, senza questa “rinascita nello Spirito” ciascuno di noi rischia l’isolamento. Da soli non si può amare, da soli non si può servire! Al massimo, riusciremmo ad amare i nostri amici – ricorda il Vangelo – ma questo non è abbastanza; il cristiano è l’uomo e la donna dell’amore totale, del servizio appassionato e incondizionato: senza l’aiuto dello Spirito, senza questa spinta verso la santità, rischiamo di fare la stessa esperienza dei discepoli nel Vangelo di oggi (cf. Mc 9), o di Giacomo e di Giovanni: pretendere il potere, evitare il servizio. Permettetemi – a proposito di santità – di fare riferimento ad un grande uomo, ad un «cristiano fino in cima», don Tonino Bello; egli, proprio in relazione alla contrapposizione potere/servizio, affermava che «di fronte a coloro che ostentano i segni del potere, noi dobbiamo mostrare il potere dei segni». Il potere del segno sta nel mostrare al mondo che, forti dello Spirito del Risorto, noi cristiani non ci abbattiamo di fronte alle cadute, agli scandali, ai fallimenti, ma ci rialziamo; il potere del segno sta nel mostrare al mondo che lo Spirito è capace di rendere un indumento umile, il grembiule, il segno più potente. Chi si mette a servizio dell’altro, chi si china cinto dell’asciugatoio ai fianchi, è davvero colui che regna. Cristo regna perché ha servito. Noi cristiani, se vogliamo regnare, se vogliamo condividere lo stesso destino di santità di Cristo, pieno dello Spirito Santo, indossiamo il grembiule e chiniamoci a servizio di tutti.

Papa Francesco ci ricorda che per essere santi non serve rifuggire dal mondo e rifugiarsi in una sorta di “universo parallelo” nel quale esistiamo noi e noi soltanto; la santità risiede nell’avere addosso “l’odore delle pecore”, l’odore del fratello che avrò saputo accompagnare: «Non è sano amare il silenzio ed evitare l’incontro con l’altro, desiderare il riposo e respingere l’attività, ricercare la preghiera e sottovalutare il servizio. Tutto può essere accettato e integrato come parte della propria esistenza in questo mondo, ed entra a far parte del cammino di santificazione. Siamo chiamati a vivere la contemplazione anche in mezzo all’azione, e ci santifichiamo nell’esercizio responsabile e generoso della nostra missione» (GE, n. 26).

Rinnovarsi nello Spirito, allora, cari amici, vuol dire che scesi dall’Oreb, fatta esperienza di quel roveto inestinguibile, col volto trasfigurato ci dobbiamo poter mettere a servizio.

Vi lascio con questa esortazione: «Non avere paura di puntare più in alto, di lasciarti amare e liberare da Dio. Non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. La santità non ti rende meno umano, perché è l’incontro della tua debolezza con la forza della grazia» (GE, n. 34).



[1] Omelia di don Pierluigi Nicolardi in occasione della Conferenza Regionale degli Animatori 2018 del Rinnovamento nello Spirito «Un servizio santo per un Rinnovamento nello Spirito». Bari, Hotel The Nicolaus, 23 settembre 2018. XXV domenica per annum.

Ultimo aggiornamento (Lunedì 24 Settembre 2018 09:03)

 
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