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Nel Regno, protagonisti nella storia. XI per annum B (don P. Nicolardi)

Nel Regno,

protagonisti della storia

I cristiani di fronte ai segni dei tempi

Don Pierluigi Nicolardi

La liturgia della Parola che ci è proposta per questa XI domenica del tempo ordinario, che si pone al termine del lungo tempo di Pasqua e delle solennità del Signore, ci presenta due brani, quello di Ezechiele e quello di Marco, nei quali predomina il linguaggio allegorico.

Il brano del profeta Ezechiele si pone in un discorso più ampio nel quale Dio, per mezzo del profeta, ammonisce Gerusalemme per tutti i suoi peccati, in particolare per essersi prostituita agli dèi falsi. Dopo aver indicato quali saranno i castighi dovuti a tanta infedeltà, Dio promette la restaurazione dell’alleanza, fondata non sulla capacità del popolo di rispondere degnamente all’appello di Dio, bensì sulla fedeltà di Dio stesso. Così afferma il profeta:

«Io stabilirò la mia alleanza con te e tu saprai che io sono il Signore, perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto» (Ez 16,62-63.).

Nel brano che abbiamo oggi ascoltato, Dio indica, in modo allegorico, come avverrà la restaurazione di questa alleanza; sarà un’azione totalmente gratuita da parte di Dio, il quale coglierà un ramoscello dalla cima del cedro per piantarlo sul monte alto di Israele. Egli, cioè, porrà a dimora sul monte di Sion, su Gerusalemme, un popolo rinnovato, che farà crescere a discapito di tutti gli idolatri, innalzandolo a gloria di Dio.

Nella pericope di Marco sono riportate due brevi parabole sul Regno. In realtà, tutto il capitolo 4 del Vangelo di Marco è dedicato all’allegoria del seme. Precedentemente al brano che abbiamo ascoltato oggi, l’evangelista riporta la parabola del seme caduto sui diversi terreni (Cf Mc 4,3-20). Oggi, sono proposte alla nostra riflessione le parabole dell’uomo che semina un seme che cresce da solo, a prescindere dalle sue stesse cure, e la parabola del granello di senape.

«Il Regno di Dio è simile a un uomo che getta il seme nel terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26-27).

Sì! Il Regno, che ultimamente si identifica con Cristo, in virtù dell’incarnazione e della morte e risurrezione, è già stato seminato nei solchi della nostra storia. Esso ha una forza intrinseca, quello dello Spirito, che ci mette al riparo dall’idea di essere noi uomini gli autori dell’avanzamento del Regno sulla terra. Già! Noi siamo inseriti in questo mondo incipiente, che è già stato inaugurato da Cristo, ma che avrà pieno compimento nell’eschaton, quando il Figlio dell’uomo tornerà definitivamente.

Ma allora il cristiano deve essere solo uno spettatore passivo? Dobbiamo metterci alla finestra, con le mani in mano, in attesa di tempi migliori? No! Non è questa la nostra posizione. Non possiamo stare supini mentre di fronte a noi si fa la storia. Gianrico Carofiglio, scrittore e parlamentare barese, in un suo simpaticissimo libro, – parlando di sé e dei suoi amici quando erano ancora giovani e troppo distratti dalle cose mondane – annota con malumore:

«Mentre passava la storia davanti non eravamo davvero qui.

Né altrove»[1].

Non capiti, fratelli e sorelle carissimi, che mentre si consuma davanti ai nostri occhi la storia della salvezza, noi non siamo trovati né qui né altrove! Il cristiano, invece, in attesa della consumazione definitiva del Regno, vive una doppia dimensione, così come ammonisce l’apostolo Pietro:

«Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta. Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, mentre aspettateaffrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia. Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia» (2Pt 3,10-14.).

Al di là del linguaggio apocalittico, tipico del contesto giudaico dell’epoca, Pietro consegna ai cristiani una verità importante: il Regno arriverà come un ladro, quando meno ce lo aspettiamo. Il cristiano, però, non dovrà farsi trovare impreparato, bensì dovrà attendere vigilante affrettare questa venuta; come? Da un lato, con la santità della condotta di vita e nella preghiera; dall’altro, spingendo il mondo e la storia nella direzione della giustizia, della carità e della pace.

Se è vero che i cieli nuovi e la nuova terra sono il luogo dove abita la giustizia, allora è anche vero che nella misura in cui viviamo oggi la pace e la giustizia, nella quotidianità dei nostri gesti e rapporti, facciamo del nostro mondo una anticipazione del Regno, che pure attendiamo nella fede e nella speranza. «Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura» (Mc 4,28-29).

È ora il momento della mietitura! «Ecco ora il momento favorevole – dice san Paolo – ecco ora il giorno della salvezza» (2Cor 6,2), non perdiamo l’occasione.

La seconda breve parabola parla del più piccolo tra i semi, il granello di senape, grande quanto una punta di spillo. Esso, anche se quasi impalpabile, seminato nel terreno, cresce e diventa grande e tale da fornire riparo e ombra per gli uccelli (Cf Mc 4,30-32).

Tale è il Regno, una realtà piccola, ma che in potenza ha la capacità di fare ombra, di offrire riparo. Tale è il cristiano che vive già oggi nel Regno incipiente, nell’attesa della manifestazione definitiva.

Un ultimo pensiero lo rivolgo a Maria, lei che più di ogni altra creatura ha saputo accogliere la novità incipiente del Regno e ha saputo mettersi sulle stesse frequenze del cuore di Gesù. Chiediamo che, per la sua preghiera, anche noi possiamo cantare il nostro Magnificat per diventare attenti ai segni dei tempi che inaugurano i cieli nuovi e la terra nuova nei quali Dio

«umilia l’albero alto e innalza l’albero basso,

fa seccare quello verde e germogliare l’albero secco».

Egli, il Signore, ha parlato e certo non mancherà di parola (Cf Ez 17,24).

Amen.



[1] CAROFIGLIO G., Né qui né altrove. Una notte a Bari, Bari-Roma, Laterza, 2008, 86.

 
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