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Oggettività dell'ordine morale nel giudizio di coscienza in situazione (don P. Nicolardi)

OGGETTIVITÀ DELL’ORDINE MORALE

NEL GIUDIZIO DI COSCIENZA IN SITUAZIONE


don Pierluigi Nicolardi

INTRODUZIONE

Il discorso attorno al tema della coscienza è tornato al centro del dibattito teologico, e non solo. Oggi, in un contesto di forte secolarizzazione, o – come afferma p. Domenico Capone – di neopositivismo, si fa appello al tribunale della coscienza come se questa fosse una realtà completamente autonoma, come se il giudizio di coscienza venisse “prodotto” a prescindere da ogni sistema normativo o, peggio ancora, avulso da ogni riferimento assiologico.

P. Domenico Capone si interroga su quale sia criterio di verità seguito dal giudizio di coscienza; egli, dopo, aver delineato cosa sia la coscienza morale, percorre tre “vie” che la definiscono e interpretano. La prima via vede la coscienza come una sorta di serva della legge, mentre la seconda interpreta la coscienza come una norma totalmente autonoma dell’agire morale. Egli propone una sorta di tertium genus, una terza via che legge la coscienza nella linea del personalismo.

1. LA COSCIENZA MORALE: CHE COS’È

P. Capone inizia la sua riflessione sulla coscienza morale a partire da una citazione dell’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae, della quale ricorrono quest’anno i cinquant’anni dalla pubblicazione: «La retta coscienza è vera interprete dell’ordine morale che vien detto oggettivo, stabilito da Dio». Riporta, inoltre, la definizione di coscienza dei teologi casistici: «Dettame ultimo di ragione praticamente pratico, interiore, che ci intima ciò che qui e ora bisogna fare come bene o bisogna evitare perché male». A partire da queste due affermazioni, egli si pone due domande:

  1. Considerato che ci si trova di fronte ad un giudizio che afferma sempre una verità, qual è il criterio di verità della coscienza?
  2. In forza di cosa tale giudizio è «praticamente pratico», ossia ultimo e perentorio?

Il Concilio Vaticano II, nella costituzione pastorale Gaudium et spes, ha affermato che la coscienza ha un alto valore per la persona e che lo stesso Vangelo la «venera religiosamente» quale luogo dell’esercizio della libertà di decisione (cf. GS, 41); ancora la costituzione Gaudium et spes si esprime affermando che la coscienza è il luogo della voce della legge (cf GS, 16). Oggi c’è grande tensione nel considerare la libertà di coscienza; da un lato, la coscienza è considerata luogo del dialogo intimo dell’uomo con Dio, luogo ideale nel quale il Bene si cristallizza e prende corpo, dall’altro, essa viene considerata da una certa cultura laica dominante come il punto di massima distanza da qualsivoglia sistema assiologico, giacché è, appunto, il luogo della piena libertà della persona. Una siffatta visione, considera il Vangelo come una sorta di ostacolo all’autonomia della persona che si manifesta in maniera piena nella libertà di coscienza.

In realtà, afferma p. Capone, tale modo di concepire la coscienza, ossia come un giudizio totalmente libero e autonomo, non è rispondente al valore del giudizio della coscienza; esso è il frutto di un incontro di soggettività e oggettività nella coscienza e nelle coscienze. La persona, infatti, si confronta con la verità oggettiva e la interiorizza, ma deve potersi confrontare anche con “le coscienze” perché si è persona in quanto si è esseri in relazione. La coscienza, in sintesi, non è semplice risuonare della legge intesa come un imperativo supra-personale, bensì è l’emergere della tensione di comunione interpersonale con Dio e con tutti gli uomini. Il giudizio su cosa fare/non fare, ossia la coscienza categoriale, è attualizzazione di una realtà profonda e radicata nella persona, ossia la coscienza trascendentale, intesa non semplicemente come il conoscere le leggi universali, ma apertura al dialogo con Dio o, nel caso di un non credente, con il Bene.

Come abbiamo intravisto, nel considerare la coscienza, esiste una tensione tra chi vede tale mistero come una semplice notificazione della legge e chi, al contrario, la considera totalmente autonoma. Di seguito, passeremo in rassegna, secondo lo schema di p. Capone, le due visioni, proponendo una terza via per comprendere il mistero della coscienza.

2. ATEOLOGICITÀ DELL’ETICA IN QUANTO È NORMATIVA DELLA COSCIENZA IN SITUAZIONE?

A questa domanda si potrebbe rispondere in maniera affermativa partendo dal presupposto che anche chi non crede in Dio fa il bene seguendo la propria coscienza, dunque la norma ultima della persona non è teologica, ma soggettivamente autonoma. Questo modo di intendere la coscienza è frutto – così come afferma p. Capone – di una cultura a forte neopositivismo che considera l’agire umano come una serie atomizzata di atti morali e, questi ultimi, considerati come “prodotti dell’uomo”. La teologia morale, allora, sarebbe ridotta ad una semplice etica regolata dalle scienze umane positive, dunque senza alcun riferimento teologico. Questa riduzione ad etica è accolta anche da alcuni teologi i quali considerano la teologia morale in modo tridimensionale, ossia nella dimensione normativa, metaetica e parenetica. Lo spazio della teologia, in una siffatta visione, sarebbe quello della parenesi.

È chiaro che dietro questa concezione della coscienza c’è una chiara visione antropologica che riduce l’atto morale da momento emergente dell’agire, a semplice “atto come fatto” etico. Si ricade – annota p. Capone – nel riduzionismo casistico nel quale gli atti erano ridotto a mera materia, senza alcuna densità ontologica ed ontica di persona.

3. LA COSCIENZA MORALE IN TEOLOGIA MORALE CASISTICA

Spesso, quando si parla di casistica, si dà un giudizio negativo frettoloso; p. Capone fa un distinguo importante, il metodo casistico dalla mentalità casistica.

  1. Il metodo casistico, epistemologico e didattico, aiuta la prudenza della persona. È il metodo usato da S. Alfonso Maria d’ Liguori; si particolarizzano al massimo le leggi universali, in modo da proporle come regole casistiche, ma nella consapevolezza della loro flessibilità. Esse, infatti, non possono rispondere alla realtà concreta così come si pone ed è vissuta dalla persona che vive in situazione.
  2. La mentalità casistica vede la vita morale come una conseguenza di singoli atti individuabili e descrivibili sul piano morale. La morale, in questo caso, deve solo cogliere la relazione di conformità o di difformità con la legge universale, tenuto conto di alcune peculiarità circostanziali del tutto accidentali. La coscienza, in questo caso, apprende le norme dettagliate e particolareggiate, ma non le vaglia per la via prudenziale. In questa logica, l’ubbidienza esecutiva prende il posto della prudenza.

In sistema dominato da tale mentalità casistica, la coscienza – afferma p. Capone – è limitata ad essere puro calcolo a favore o contro l’adesione ad una norma particolare; si fanno spazio i cosiddetti “sistemi morali”.

4. IL DISCORSO MORALE COME DISCORSO TEOLOGICO DELLA RAGIONE PRATICA DI PERSONA PRUDENTE A IMMAGINE DI DIO, SECONDO TOMMASO D’AQUINO

Nonostante S. Tommaso d’Aquino avesse concepito la prudenza come la virtù che dirige e conduce tutte le altre virtù, a partire dal Cinquecento, con l’affermarsi dei “sistemi morali”, l’auriga virtutum ha ceduto il passo in favore di calcoli probabilistici o di una forma di ubbidienza che finisce anch’essa nella tecnica.

Nel prologo alla I-II, l’Aquinate afferma che come Dio opera con intelligenza, libera volontà e potere autonomo nel creare e governare il mondo, così anche l’uomo, immagine di Dio, opera con chiara coscienza di ciò che fa, libera volontà e signoria nel suo operare. È necessario sottolineare che per S. Tommaso l’immagine divina non sta solo nel fatto che l’uomo abbia una intelligenza contemplativa, ma anche a motivo della sua ragione pratica nell’operare nel mondo. L’uomo coopera prudenzialmente con Dio provvidente da “persona”. La qualità personale dell’agire umano lo pone in una situazione di massima perfezione in tutta la natura creata. Dio, allora, crea l’uomo al principio della creazione e crea ogni singolo uomo, ponendolo in dialogo fecondo con lui.

Partire da questo presupposto antropologico vuol dire anche partire dal fatto che ogni atto morale non è un semplice fatto, ma un atto deliberato da una persona specificato dal fine che intende realizzare; fine che è sempre il fine ultimo, non solo formale ma anche oggettivo.

Dopo il Cinquecento, gran parte dei tomisti non hanno colto la relazione finale tra fine ultimo e fini intermedi come identità materiale e non formale. In questo contesto, la prudenza, che in S. Tommaso è intesa come retta ragion pratica dell’agire, viene ridotta a ragione sostanzialmente speculativa, che diventa pratica – afferma p. Capone- per fattori di autorità e di motività.

5. LA VERITÀ MORALE DELLA PRUDENZA NELLA NORMA DI COSCIENZA RETTA

A questo punto, p. Capone risponde ad una obiezione di Th. Deman, secondo il quale S. Tommaso non avrebbe mai usato l’espressione “coscienza prudente”; secondo questo teologo, infatti, la coscienza e la prudenza avrebbero campi di azione distinti, giacché la prima opera nel campo della conoscenza delle leggi, dunque è astratta, la seconda opera nel campo della realizzazione dominata dall’ordine dei fini. In sintesi, la coscienza vede il dà farsi e la prudenza, essendo virtù morale, realizza in ordine ai fini.

L’obiezione di Deman – afferma p. Capone – muove da un presupposto errato circa la prudenza; essa, infatti, non è solo virtù morale, ma anche virtù intellettuale di ragion pratica e in virtù di ciò è conoscitiva, valutativa e indicativa. Per S. Tommaso, allora, la coscienza riceve la sua perfezione e rettitudine proprio dalla virtù della prudenza, e la rettitudine risiede nella conformità alla intenzione retta.

C’è un’altra obiezione: S. Tommaso afferma che quello che si fa contro la legge è sempre male, anche quando mosso da coscienza. Il presupposto da cui si muove è che l’ignoranza attorno alla legge naturale è sempre vincibile; ne conseguirebbe che qualunque cosa faccia una coscienza in mala fede contro la legge è sempre peccato. Il problema – spiega p. Capone – sta nel fatto che si confonde la verità della ragione speculativa, che consiste in una conformità dell’intelletto alle essenze, dalla verità della ragione pratica, che riguarda la conformità al desiderio retto. Ognuno sa se è retto col fine che intende perseguire e se è coerente con tale fine retto; perciò:

-       se non è coerente, tuttavia opera, non è più prudente;

-       se è coerente e quindi prudente, non erra in rettitudine e quindi in verità.

Non ci si può trovare di fronte a soggettivismo o relativismo morale perché l’intenzione retta emana dalla tensione della persona che ragiona e opera a immagine di Dio.

A questo punto ci si pone la domanda se la prudenza può interpretare la legge naturale e determinare per ragioni di equità, un giudizio di coscienza che non è secondo la legge, di cui l’atto che si vuol porre sembra tuttavia essere oggetto.

Per rispondere, è necessario precisare che per S. Tommaso i principi delle scienze speculative sono immutabili perché emanano dalle essenze e la verità delle conclusioni di tali scienze è la stessa nei principi e nelle conclusioni; nelle scienze pratiche la regione pratica, invece, discorre attorno a realtà contingenti. Per cui, i principi universali sono immutabili, ma quanto più si scende ai particolari, tanto più si dà spazio alla defettibilità. Ne consegue che nelle scienze speculative la verità è sempre uguale per tutti, sia nei principi sia nelle conclusioni, nelle scienze pratiche la verità è uguale solo nei principi comuni, non nelle particolarizzazioni.

È chiaro – sottolinea p. Capone – che il rischio è cadere nel rigorismo o nel lassismo; compito della prudenza sarà far in modo che nessuno formuli leggi così dettagliate da voler determinare l’agire umano nei minimi dettagli (rigorismo), o che alcuno, partendo dalla indecifrabilità dei nuovi problemi, elevi la coscienza individuale a legge assoluta.

P. Capone invita a considerare la persona prudente come una persona moralmente adulta, ossia capace di quella apertura dialogica nei confronti di Dio, fino al punto di produrre decisioni che sono frutto di una coscienza prudente.

 
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