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Cristo, fondamento della morale. La morale giovannea (don P. Nicolardi)

CRISTO, FONDAMENTO DELLA MORALE

LA MORALE GIOVANNEA

E IL CONTRIBUTO DI ROMANO GUARDINI

 


 

di don Pierluigi Nicolardi

INTRODUZIONE

Il Concilio Vaticano II è stato foriero di una rinnovata visione della teologia, anche della teologia morale. La costituzione dogmatica Dei Verbum, infatti, raccomanda che a fondamento di tutta la teologia ci siano la Parola di Dio scritta e la sacra Tradizione e che, in particolare, la Sacra Scrittura sia considerata «l’anima della sacra teologia», perché, alla luce della fede, possa essere dischiusa la verità che rifulge nel mistero di Cristo[1]. Il decreto sulla formazione sacerdotale, allorché si esprime circa il rinnovamento delle discipline teologiche, afferma che l’esposizione scientifica della teologia morale debba essere più nutrita della Sacra Scrittura, mettendo in luce l’alta vocazione dei fedeli in Cristo e il loro precipuo compito di fruttificare nella carità[2]. Giovanni Paolo II, in continuità con l’insegnamento conciliare, nell’enciclica Veritatis splendor afferma che la teologia morale è un sapere che «che accoglie e interroga la rivelazione divina e insieme risponde alle esigenze della ragione umana»[3].

In un siffatto scenario epistemologico, si rende opportuno ripensare la teologia morale non come un insieme di precetti da osservare, bensì come «una domanda di pienezza di significato per la vita»[4]. Di qui, l’esigenza di mettere in rilievo lo stretto rapporto tra la cristologia e la vita morale dei cristiani. Balthasar – a proposito – afferma che «il cristiano è tale solo in quanto Cristo non cessa di mostrarsi vivente in lui, attraverso la sua grazia e la comunicazione della sua forma»[5]; se la vita morale del cristiano altro non è che la vita del Figlio di Dio che informa e segna[6] la vita del cristiano, allora la teologia morale non può non tener conto del mistero di Gesù Cristo e della mediazione della Sacra Scrittura.

Nel presente elaborato si cercherà di mettere in luce la stretta relazione tra la figura di Gesù Cristo, così come appare negli scritti del corpus giovanneo, e la teologia morale, rileggendo il grande contributo di Romano Guardini nel saggio Gesù Cristo. La sua figura negli scritti di Paolo e di Giovanni. Anzitutto, si delineeranno i tratti della personalità dell’apostolo ed evangelista; questi, infatti, hanno una notevole influenza sull’esperienza che ci è consegnata negli scritti a lui ascrivibili. In seguito, si tratteggeranno le direttrici lungo le quali si dipana, secondo lo schema di Guardini, la cristologia giovannea. A questo punto, si cercherà di evidenziare la proposta morale alla luce della cristologia del corpus giovanneo.

1. GIOVANNI, AUTORE DEL VANGELO

Per mettere in luce il messaggio morale di uno scritto del Nuovo Testamento è necessario cogliere qual è la comprensione che l’autore del testo ha del mistero di Cristo e il rapporto con il Cristo stesso. Esistono infatti notevoli differenze tra le immagini che i redattori del Nuovo Testamento danno di Cristo; queste differenze emergono a motivo della singolare esperienza che ciascuno ha fatto di Cristo e della propria precipua personalità[7]. A riguardo, infatti, Romano Guardini scrive che

la struttura della personalità degli evangelisti e degli apostoli rappresenta il prisma «diffraente» attraverso il quale la pienezza dell’annuncio cristiano arriva a coloro che lo sentono proclamare[8].

Il lavoro previo sarà tracciare, con estrema sintesi, la personalità dell’evangelista Giovanni secondo il tratteggio che ne ha fatto il nostro autore, nella consapevolezza che l’autore del quarto Vangelo ha lasciato solo pochi tratti autobiografici:

  1. Il tratto giovanile nella sua maturità. L’evangelista è percepito come «giovane», sia per l’interpretazione di alcuni riferimenti evangelici e sia per il modo in cui è stato raffigurato nell’arte raffigurativa cristiana. In realtà, Giovanni l’evangelista, il redattore del quarto Vangelo e degli altri scritti, è un uomo che scrive nel periodo della maturità della propria esistenza, ma lasciando trasparire la freschezza e giovinezza del suo annuncio.
  2. Il discepolo dell’amore. Egli non solo è identificato come «il discepolo che Gesù amava» (cf. Gv 13,23-25; 19,26; 20,1-10; 21,7.20), ma è anche colui che, nonostante il suo temperamento impetuoso – che gli varrà insieme al fratello Giacomo il titolo di Boanerghes (cf. Mc 3,17), figlio del tuono – coglie un tratto particolarmente distintivo dell’identità di Cristo e del Padre, l’amore[9].
  3. L’uomo dalle grandi visioni. Egli è il veggente dell’Apocalisse, non un semplice sognatore, bensì colui che, afferrato dallo Spirito, è condotto dal grado di consapevolezza della vita quotidiana[10].
  4. Il teologo credente. Si può affermare che il pensiero di Giovanni non sia pura speculazione teologica, ma fede pensata e vissuta; egli potrebbe essere indicato come il precursore – per così dire, secondo la celeberrima affermazione di Balthasar – di una “teologia in ginocchio”.

La cristologia – e dunque il messaggio morale che emerge dagli scritti giovannei – è legata la rapporto peculiare ed esclusivo tra il discepolo e Gesù, legame che va oltre la semplice relazione tra discepolo e maestro. La conoscenza del mistero di Cristo e del suo intimo rapporto con il Padre – si rammenti la conclusione del prologo del Vangelo (cf. Gv 1,18) – è colta dall’esperienza più profonda della sua vita, l’aver «posato il capo sul petto di Gesù» (Gv 19,26-27).

2. LA CRISTOLOGIA DI GIOVANNI

Dopo aver delineato l’identità dell’evangelista, e alla luce dei tratti distintivi della sua personalità e della sua esperienza, è necessario individuare le direttrici lungo le quali si dipana la cristologia giovannea. Guardini, anzitutto, mette in guardia il lettore dal pericolo di cadere nell’errore di classificare come gnostici gli scritti di Giovanni e si propone, mediante un’attenta argomentazione, di superare il riduzionismo dualistico dei termini carne/spirito, luce/tenebra, morte/vita. L’autore annota:

Se comprendiamo bene Giovanni, la struttura della sua sensibilità, il suo modo di vedere e di pensare erano tali che egli, restando fermo in se stesso, sarebbe certamente diventato gnostico e avrebbe finito per professare una qualche forma di dualismo. Nell’incontro con Gesù egli ha vinto e sconfitto definitivamente tale possibilità […]. Giovanni ha vissuto nella sequela di Gesù, ha imparato a credere e ad amare e, invece che un seguace dello gnosticismo, è diventato un cristiano – e l’apostolo che conosciamo[11].

Fatta questa debita precisazione, quali sono le direttrici della cristologia giovannea evidenziate da R. Guardini?

  1. Gesù Cristo, rivelatore. Fin dal prologo (cf. Gv 1,18), emerge chiaro che l’identità e la missione del Figlio di Dio si realizzano pienamente nel suo ruolo di Rivelatore. I titoli che il Gesù riserva per sé sono evocativi. Egli è luce del mondo e verità. «La “luce” – afferma Guardini – sembra essere il Logos; e la “verità” si attesta come quella relazione nella quale il “risplendere” di questa luce e la potenza di significato e d’irradiazione del Logos si affermano apertamente[12]». Facendo rilucere la verità, egli è il Testimone del Padre per antonomasia: «Signore, mostraci il Padre e ci basta. […] Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,6-9). «Il Logos – continua l’autore – è il momento in cui il Padre si manifesta esplicitamente; lo stesso Padre che, senza il Logos, rimarrebbe appunto inespresso, non-dischiuso, non “nella verità”»[13].
  2. Gesù Cristo, mediatore. Egli non è solo colui che rivela; egli è anche la via e la porta. Continua Guardini: «Egli [il Padre] è la meta dove termina la via e il contenuto della verità. Di lui, però, Gesù non parla soltanto: in senso proprio, Egli è al tempo stesso il mezzo che conduce al Padre e il mediatore che lo rende manifesto»[14].
  3. Gesù Cristo, redentore e ricapitolatore. Egli è la vita. In questa specificazione, Guardini intende affermare che la salvezza dell’uomo si realizza nella missione di Cristo, pienamente obbediente al Padre: «l’iniziativa di amore si manifesta ora nel Figlio. Egli ha fatto suo l’atteggiamento di fondo del buon pastore, che “dà la vita per le sue pecore”»[15].

3. LA MORALE GIOVANNEA

Le tre direttrici della cristologia giovannea, così come delineate nel pensiero di R. Guardini, hanno in comune uno stesso dinamismo: appello/risposta. Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, è rivelatore, mediatore e redentore in virtù dell’obbedienza al Padre:

Cristo è a tal punto il Mandato, che vedere lui significa vedere colui che lo manda; e credere in lui significa credere in colui che lo manda… […]. La sua azione scaturisce dall’azione stessa del Padre; il suo fare è, semplicemente, il fare del Padre[16].

Nel quarto Vangelo, infatti, Gesù Cristo si mostra come colui che ascolta quello che dice il Padre e lo compie (cf. Gv 5,19.36; 10,25). Questa stessa dinamica abbraccia anche il cristiano:

Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce» (Gv 10,2-4).

La dimensione morale, infatti, nella letteratura giovannea non è frutto dell’osservanza – tout court – dei comandamenti, bensì è risposta nella fede ad un appello: credere che Gesù, il Cristo, è il Figlio di Dio; e questa dinamica è ben presente nella proposta di R. Guardini la cui discriminante è la fede, intesa come un «fare la verità», «venire alla luce»:

Ora, chi crede e agisce secondo la fede, chi «fa la verità», «viene alla luce»; viene a Cristo dal quale si irradia tutt’intorno luce – viene alla luce di Dio e, al tempo stesso, alla sua propria luce; poiché nella pienezza di senso del Logos ogni ente è originariamente fondato e compendiato nel suo archetipo –, «cammina nella luce» (1Gv 1,7; 2,10)[17].

La vita cristiana, secondo l’autore, si fonda sulla relazione con l’archetipo, sul fatto che questi, essendo luce e donando luce, fonda la vita della persona; e la relazione con luce ha valore sul piano assiologico:

L’«essere dalla luce» o «dalle tenebre» di cui Giovanni parla concerne piuttosto il piano delle decisioni attraverso le quali l’uomo dà forma alla propria esistenza. […] Il problema da risolvere – scrive Guardini – non è quello gnostico del modo d’essere, bensì quello cristiano della forma che si conferisce all’esistenza: è la questione alternativa tra la grazia e il voler far conto solo su se stessi[18].

Come spiega l’autore, le affermazioni di identità di Gesù Cristo non hanno solo valore per la persona del Figlio di Dio, bensì, nella persona del Figlio di Dio, conferiscono forma anche al cristiano; la posta in gioco, afferma Guardini, è il conferimento di un orientamento alla vita. E non si tratta di una concezione astratta, di una sorta di dottrina metafisica o di una qualche cosmogonia; l’architettura della vita cristiana si delinea solo attraverso Cristo e in vista di Cristo, un orientamento, insomma, che si dipana a partire dalla redenzione

La redenzione, allora, nella prospettiva cristologica di R. Guardini, ha come frutto la vita morale; infatti:

se la Rivelzione non vuole rimanere confinata svuotato di ogni contenuto reale e mondano, nel quale non può essere penetrata col pensiero né fatta propria con la volontà, ma soltanto «creduta» come un atto, paradossalmente, in se stesso autocontraddittorio, essa deve entrare nella sfera delle cose e dei processi vitali, delle strutture logiche e psicologiche, in una parola: nella realtà dell’esistenza[19].

Guardini afferma con forza che l’esistenza morale cristiana è fortemente ancorata al mistero del Verbo di Dio incarnato perché, a motivo del fatto che Dio è «diventato» uomo, in Cristo c’è tutto ciò che è pienamente umano:

Non esiste da nessuna parte una cristianità svincolata da quanto è concreto e materiale – comunque la si voglia raffigurare: come una pura interiorità, spiritualità o idealità etico-religiosa; l’unica cristianità realmente esistente è quella che si attua e si sviluppa nel mondo, assumendone e rielaborandone i contenuti[20].

Infatti, continua l’autore, il mondo nel quale il cristiano vive è lo stesso mondo per il quale il Padre ha mandato il Figlio (Gv 3,16-17); in questa accezione, «mondo» non è ciò che si oppone a Dio, bensì da un lato la creazione che trova il suo fondamento in Dio, dall’altro è la stessa creazione decaduta alla quale Dio Padre, per mezzo del Figlio, offre ancora una possibilità di redenzione. Ed è per questa doppia accezione di mondo che l’esistenza cristiana si trova di fronte alla necessità di confrontarsi con Cristo-verità; se, infatti, le tenebre sono la condizione del mondo decaduto, la verità, rivelandosi, pronuncia un giudizio:

La verità cristiana viene riconosciuta sempre e soltanto nell’atto in cui anche il soggetto che la conosce fa il suo ingresso «nella verità»; cessa di essere «tenebra»; incomincia una vita nuova. […] Può udire e vedere la verità che è Cristo solo chi proviene dalla stessa «origine» dalla quale anch’egli viene – dal Padre; solo chi è realmente «dalla verità», e perciò possiede il senso e l’organo percettivo proporzionati a essa[21].

Fuor di metafora, nella logica giovannea, la vita morale cristiana è entrare nella comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo (cf. 1Gv 1,1-4). Questo comunione si realizza nel momento in cui nella persona si genera una vita nuova, ossia si è ri-generati dal Padre; (cf. Gv 1,13); rinascere dall’alto, per mezzo dello Spirito Santo (Gv 3,3), è la condizione per entrare in comunione con lui. Guardini, allora, sembra sottolineare che la vita morale si realizza lungo la direttrice cristologica del Cristo mediatore:

Come chi «vede lui, vede il Padre», così chi entra in relazione con Cristo è introdotto nella comunione di pensieri e di sentimenti e nella forma di esistenza che uniscono Gesù al Padre. Egli riceve occhi per vedere il Padre, e il Padre gli si fa manifesto. Si istituisce quel rapporto personale nel quale il Creatore e Signore del mondo diviene per questo uomo «il Padre»; e a questi «è dato il potere di diventare figlio di Dio» (Gv 1,12). Ne nasce una vicinanza, uno stare-presso-di-lui, una comunione nella quale il credente partecipa della vita stessa di Dio[22].

L’ingresso nella vita nuova è possibile per mezzo del Figlio, «via» e «porta», nell’orizzonte dello Spirito Santo che fa ri-nascere. Non solo mediatore, ma il Cristo redentore e ricapitolatore diviene paradigma della vita morale del cristiano; Egli è lo spartiacque davanti al quale è necessario muoversi e prendere una decisione vitale per la propria esistenza. Egli, infatti, si pone come giudice e metro di giudizio tra la luce e le tenebre, tra la vita e la morte:

Egli è Colui che rende possibile la divisione della realtà sui due fronti sopra descritti, e che anzi, la esige. La sua essenza rivela nell’atto stesso in cui si verifica anche tale separazione – l’atto, nel quale si compiono, insieme la redenzione e il rinnovamento della creazione.

CONCLUSIONE

R. Guardini, nell’opera Gesù Cristo. La sua figura negli scritti di Paolo e di Giovanni, mette in evidenza come la vita morale cristiana non può essere separata dalla vita di Cristo. L’obiettivo della vita cristiana – in quanto anche vita morale – è essere introdotti nella comunione con il Padre. Tale comunione si realizza, nella prospettiva giovannea, perché il Figlio fa uscire il Padre dall’ignoto; Gesù Cristo, infatti, perché rivelatore, consegna all’uomo l’immagine autentica di Dio. Non solo rivela, ma egli diviene anche il mezzo attraverso cui giungere al compimento della vita cristiana; Cristo, mediatore, è la via e la porta di accesso alla comunione. In ultima istanza, il Figlio di Dio, redentore e ricapitolatore, diventa lo spartiacque davanti al quale si compie ogni giudizio.

 


[1] Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Dogmatica Dei Verbum, 24.

[2] Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sulla formazione sacerdotale Optatam totius, 16.

[3] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis splendor, 29.

[4] Cf. ivi, 7.

[5] H.U. Von Balthasar, Gloria, I, La mediazione della forma, Milano, JakaBook, 2012, 498.

[6] Cf. ivi, 497.

[7] R. Guardini, Gesù Cristo. La sua figura negli scritti di Paolo e di Giovanni, Milano, Vita e Pensiero, 1999, 36-37.

[8] Ivi, 135.

[9] Cf. ivi, 145.

[10] Cf. ivi, 143, 244.

[11] Ivi, 166-167.

[12] Ivi, 187-188.

[13] Ivi, 191.

[14] Ivi, 190.

[15] Ivi, 234.

[16] Ivi, 228.

[17] Ivi, 172.

[18] Ivi, 174.

[19] Ivi, 179.

[20] Ivi, 180.

[21] Ivi, 192-193.

[22] Ivi, 203.

Ultimo aggiornamento (Giovedì 31 Maggio 2018 18:54)

 
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