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La Croce è la nostra patria. Simone Weil e l'autenticità del ruolo educativo (don P. Nicolardi)

Presentazione del libro

COSIMO SCHENA

LA CROCE E' LA NOSTRA PATRIA

Simone Weil e l'enigma della Croce

 

1° Festival della Lettura

Presicce, 20 maggio 2018

 


 

Cari amici, stasera ho il piacere di presentare anzitutto un mio caro amico, don Mino Schena, sacerdote dell’Arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, collaboratore parrocchiale a Mesagne e dottorando presso la Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Lateranense, dove sta approfondendo il rapporto tra Simone Weil e il personalismo cristiano. L’interesse per Simone Weil, la filosofa oggetto tra l’altro del libro che stiamo per presentare, nasce durante gli anni di studio presso l’Università di Verona dove ha conseguito la laurea magistrale, cum laude, in filosofia, discutendo la tesi «“La croce è la nostra patria”. La questione antropologica in Simone Weil», divenuta poi la base per la pubblicazione del presente libro «La croce è la nostra patria. Simone Weil e l’enigma della croce», edito da Diogene Multimedia. Di recente, don Mino ha pubblicato un piccolo saggio sul personalismo e un saggio sul rapporto tra Simone Weil e lo gnosticismo. Inoltre, ha pubblicato alcune raccolte di poesie e un romanzo, “La mia vita capovolta”, che mette in luce come, talvolta, cercare la libertà lontano dal quotidiano vuol dire spesso fuggire.

Struttureremo la presentazione in due parti. La prima, vedrà una panoramica di massima sul libro; la tematica, ovviamente, la sua composizione e struttura. La seconda parte, un po’ più dinamica, sarà composta dall’introduzione breve di un argomento proposto nel testo, dalla lettura di un passaggio relativo all’argomento e di un breve commento dell’autore.

1. Presentazione generale del testo

Il libro di don Mino, di circa 200 pagine, dallo stile molto semplice e scorrevole, nonostante tratti di temi filosofici, pone al centro della sua riflessione la figura della Croce nell’opera di Simone Weil. Leggendo il titolo e il profilo dell’autore, in quanto sacerdote, ciascuno potrebbe essere indotto a pensare che si tratti di un florilegio sulla Croce; don Mino, partendo dalla vita di Simone Weil, ci conduce in un percorso di scoperta della Croce che attraversa l’anima, ma soprattutto il vissuto concreto. L’inaudita novità che è messa in luce in questo testo è la relazione stretta tra pensiero e vita, anzi, come don Mino affermò durante la discussione della sua tesi: «ciò che colpisce di S. Weil è l’originalità e la radicalità di una donna che seppe dare spessore ad un pensiero in quanto agito». E qui vorrei spendere alcune parole. Quando con Cinzia si è parlato della presentazione di un libro, ho subito pensato a questo di don Mino. Perché parlare di filosofia e di filosofi a dei genitori? Perché, in fondo alla proposta di S. Weil, non c’è semplicemente il filosofeggiare, ossia un parlare astratto su temi che, talvolta, non toccano l’esperienza umana. Scusate se mi permetto, ma se qualcuno ha avuto l’occasione di leggere un saggio di Husserl, capisce bene di cosa parlo… Cinzia, e l’intera associazione, hanno a cuore sottolineare il ruolo educativo di tutte le agenzie, dalla famiglia, alla scuola, dalla Chiesa alle varie associazioni. Questo ruolo educativo può essere messo in risalto non attraverso semplici parole – il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi ebbe a parlare di “prediche inutili” – ma con la forza evocativa e coinvolgente del segno, della testimonianza. Bene, Simone Weil, così come ha sottolineato con sapienza don Mino, è stata una donna che ha vissuto ciò che ha predicato, che non ha visto distanza tra la teoria filosofica e il vissuto quotidiano. Ella ha concretizzato l’incarnazione: difficile lezione di vita quella di questa filosofa che, senza retorica, ha vissuto ciò che ha pensato.

Allora don Mino, partendo dalla straordinaria parabola di vita di Simone Weil, attraversa in modo squisitamente introspettivo le tappe dello sviluppo del pensiero filosofico weiliano, fin dalla cosiddetta svolta mistica, alla scoperta della croce e dall’incontro con Cristo senza mediazioni (primo capitolo). Percorre poi la via della sventura (secondo capitolo), il malheur, inteso come chiave ermeneutica (interpretativa), dell’intera vicenda umana; il malheur è davvero la chiave di volta anche del pensiero di S. Weil. Per la filosofa, il malheur indica non solo il male che accade ma anche l’ora del male, il malaugurio e il disprezzo sociale. Per Simone la sventura era il grande enigma della vita umana, una dimensione, voluta da Dio, nella quale i più deboli e gli innocenti si trasformavano in oppressi, perseguitati e schiavi. Questa sofferenza, spiegherà don Mino nel terzo capitolo, può essere intesa e compresa solo nel quadro più ampio dei valori religiosi, nell’orizzonte, appunto, del Cristo Crocifisso. Il paradigma della Croce sarà anche la chiave di lettura dell’atto di creazione – e di de-creazione – di Dio. Il capitolo quarto indaga le radici filosofiche della Croce così come intesa da Simone Weil, confrontando il suo pensiero con l’avanzare, per esempio del pensiero marxista, che lei pure, in un primo momento pare abbracciare, ma poi superare. Don Mino, infatti, si chiede se, nella concezione weiliana, il “noi collettivo”, tipico del marxismo, è metaxù barrière verso la Croce. La risposta della filosofa è ritenere quasi pericoloso la trasformazione dell’io individuale in tanti omologati “noi”: solo l’io, elevandosi verso l’impersonale, poteva essere una metaxy verso la trascendenza. L’ultimo capitolo, il quinto, potrei definirlo quello più intimo. Infatti don Mino con estrema delicatezza sembra entrare nell’animo inquieto di Simone, laddove si è consumato l’incontro con Cristo da persona a persona, fino a riportare il cosiddetto “peccato di invidia”.

Per Simone Weil, Cristo sulla croce doveva essere posto al centro dell’enigma della sventura in quanto, la sua vicinanza convertiva l’assenza di Dio in certezza della sua presenza. Che si trattasse degli operai, dei popoli schiavizzati e sottomessi dai romani o dei popoli perseguitati dal nazismo, la forza aveva dimostrato la sua capacità di trasformare tutti coloro che ne cadevano soggetti in “cose”, perché nel loro intimo, gli uomini, seppure non volessero ammetterlo, ne erano messi in ginocchio. Simone era convinta che, di fronte al male presente nel mondo, all’uomo non restasse che abbracciare la sofferenza di Cristo, la sua croce, l’unica in grado di arginare il male ancora prima che fosse crocifisso.

Don Mino, pur affrontando con scientificità i temi trattati, riesce a far percorrere a ciascun lettore la singolarità del cammino dietro la Croce di una donna che, seppur affascinata dal Cristo, non fu mai battezzata, rimanendo piuttosto sulla soglia della Chiesa. Ritengo che l’originalità del testo non si ritrovi solamente nell’aver trattato di un tema quasi sconosciuto alla filosofia più comune, ma di aver messo in evidenza come i filosofi – almeno quelli seri – non sono semplici “parolai”, ma attuatori di un pensiero che deve poter diventare vita. Allora possiamo affermare che, in fondo, come dice san Paolo, se abbiamo in noi il pensiero di Cristo, se questo pensiero lo facciamo diventare Carne, allora possiamo – forse lo dobbiamo –  essere un po’ tutti filosofi.

2. Analisi del testo

Ora metterò in evidenza alcuni passaggi importanti del libro.

2.1 La svolta mistica

Non è facile inquadrare Simone Weil; è stata una filosofa poliedrica, dalla personalità molto complessa e originale. La sua vita è ben inquadrata da don Mino nel primo capitolo, ma sarà spiegata ancora meglio nel prossimo libro: ha arricchito di particolari e ha riempito di contenuto alcune affermazioni veloci fatte in questo testo. Simone è stata tutto nella sua vita, da filosofa a operaia in fabbrica, da militante comunista a pescatrice. Ma se c’è un momento nella vita che vale la pena sottolineare più di ogni altro, certamente è quello della svolta mistica, quando «Cristo – afferma la Weil – è disceso e mi ha presa». Ascoltiamo un breve passaggio dal libro e poi don Mino.

[…]

Molto significativa è l’immagine che Simone Weil dà di Dio; don Mino è stato molto accorto nel libro nel mettere in luce molte metafore e immagini di Dio. Tra le più suggestive, sicuramente, quella di Dio che gioca a nascondino. Simone Weil rileva un volto inedito di Dio; non un Dio che crea con potenza, ma piuttosto un Dio che creando, si nasconde, si mette da parte, mostrando la sua onnidebolezza. Il mondo, afferma ancora la filosofa, non è frutto di una caduta, bensì il gesto d’amore di Dio che si ritrae, fa spazio per creare.

[…]

2.2 Il malheur

Ho già sottolineato quanto il concetto di malheur sia una sorta di chiave di volta per il pensiero di Simone Weil. Don Mino dedica ampia riflessione a questo aspetto. La Weil seppe interpretare la sventura e la sofferenza dell’uomo, ma soprattutto la seppe incarnare. Inoltre, afferma Simone, «nella sventura la misericordia di Dio splende»; è quando l’uomo tocca il fondo emerge l’amore sconfinato di Dio. La parola al libro di don Mino.

[…]

2.3 Il lavoro, dimensione religiosa

Simone, dopo la sua svolta mistica, comprese che l’unico modo per vincere il male era recuperare la dimensione religiosa. Nell’esperienza di lavoro e di vicinanza ai lavoratori comprenderà la dimensione mistica del lavoro e la vicinanza del Cristo crocifisso. In particolare, la Croce è l’unica chiave per comprendere la sofferenza che viene anche dall’alienazione. In questo intravediamo tutta la sensibilità della filosofa e, al tempo stesso, anche il suo retroterra culturale marxista.

Oggi occorre, in un contesto nel quale il lavoro, se c’è, è precario, recuperare una spiritualità del lavoro, non visto solo come modalità di carriera o strumento per sostentarsi, ma anche come possibilità di elevarsi, di essere partecipi dell’atto creatore di Dio.

Ancora una volta don Mino ci offre una bella immagine, quella della bilancia.

[…]

2.4 Decreazione, unica possibilità per liberarsi dal male

Veniamo ora ad un altro tema molto caro a Simone Weil, e a don Mino, il concetto di decreazione. Per la Weil, per recuperare la bellezza originaria impressa da Dio è necessario decrearsi, obbedire a Dio, passando per l’imitazione di Cristo. In merito a questo concetto di imitazione, vorrei aggiungere un pensiero. La vita cristiana è imitazione di Cristo; e qui, il grande tema dell’educazione. La vita, in generale, la si impara non solo facendo esperienza, ma anche guardando all’esempio degli altri. In questo senso c’è una via di imitazione. Ma se il mio esempio è contraddittorio, se non vivo quello di cui parlo, che valore può avere la mia testimonianza?

[…]

2.4 Chicco di senape

Restiamo ancora nell’ordine delle immagini. Il chicco di senape. In Simone Weil è forte il processo di avvicinamento tra la filosofia greca e il cristianesimo; tra gli altri, in questo passaggio è chiara la prossimità. A tutti è nota la parabola del Regno identificato nel granello di senape. Per la Weil, il granello di senape è come un atomo impercettibile di puro bene che riesce a costringere l’uomo verso il Bene. Ecco, la via di imitazione deve condurre al Bene. Quale bene? Oggi c’è una soggettivizzazione di questo concetto… non siamo più in grado di riconoscere che esiste un bene oggettivamente valido per tutti; di qui, il problema educativo.

[…]

2.5 Il peccato di invidia

L’esistenza di Simone Weil è stata una pro-esistenza, nel senso che ha vissuto sempre per gli altri, fino ad annullare completamente se stessa; la sua straordinaria e originale parabola di vita ne è il segno evidente: non aveva cura del suo aspetto fisico, si sottoponeva a regimi durissimi, anche alimentari, per essere vicina fisicamente alle sofferenze degli altri. Morirà giovane proprio per gli effetti di queste discutibili scelte di vita (anche cristianamente discutibili). Date queste premesse, ci sembra qui impossibile poter parlare per lei di un peccato di invidia.

L’unica persona della quale la Weil era invidiosa era il buon ladrone. L’invidia di Simone Weil non è nelle parole che Gesù riserva al buon ladrone: «Oggi sarai con me in paradiso»; per la filosofa solo la croce basta! Il mistero pasquale è piuttosto limitato, non ha l’orizzonte aurorale della risurrezione. L’invidia risiede nel fatto che il buon ladrone può condividere l’esperienza della croce con Cristo in modo unico ed esclusivo.

[…]

2.6 Simone Weil sulla soglia

E andiamo verso la conclusione. Simone Weil, nonostante la sua svolta mistica, nonostante sia stata affascinata e «presa» dal Cristo, così come lei stessa afferma, non ha mai aderito alla Chiesa Cattolica; anche qui è velata la matrice marxista, ma non è momento di fare lettura polemiche. Al contrario, è il momento di tirare le somme.

[…]

Giustamente don Mino non ha potuto non citare papa Francesco il quale, nell’Evangelii gaudium, l’esortazione apostolica che è il manifesto programmatico del suo Pontificato, ha più volte ricordato la necessità per la Chiesa e per i cristiani di avere a cuore tutti coloro che si fermano “sulla della Chiesa”. La Chiesa e i cristiani, afferma don Mino, devono riscoprirsi “in uscita”, protesi cioè verso tutti gli uomini e le donne di buona volontà, come Simone Weil, che, pur non accettando in pieno la nostra fede (o solo l’istituzione Chiesa, basti pensare a quanti dicono: Cristo sì, Chiesa no), lavorano per l’edificazione del mondo.

Penso che Simone Weil ci insegna a vivere bene, a essere educatori-genitori autentici, tenendo presente l’obiettivo, cioè il perseguimento del Bene, quello vero, quello che si autoimpone come obiettivo, incarnandolo nella nostra storia.

Ultimo aggiornamento (Sabato 19 Maggio 2018 17:05)

 
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