Home IL PARROCO Editoriali 2018 Editoriale Maggio 2018

Editoriale Maggio 2018

DILIGES DOMINUM DEUM

(Amerai il Signore Dio)

sac. Francesco Cazzato


 


È inutile, se si vuole leggere qualcuno dei Dieci Comandamenti, fissare gli occhi sulle due tavole sovrapposte che stanno per essere consegnate a Mosè: non vi si trova nemmeno l’espediente pittorico del mettere su due lastre (3 e 7) i primi dieci numeri romani. Semplicemente tre parole, aventi la stessa consonante iniziale, occupano in tre righe l’intera lastra di pietra: DILIGES DOMINUM DEUM (= Amerai il Signore Dio). Alla prima semplice traduzione si può sostituire una seconda, altrettanto vera: “Onorerai il Signore Dio”. Il verbo “onorare”nella etimologia della lingua latina, ancor più in ebraico, ha il significato di “dare peso”. Probabilmente questo significato è stato tenuto presente nella grande tela dove la centralità dello spazio è in alto occupata dalle due tavole della Legge, in basso dalla fronte di Mosè quasi schiacciato dal “peso” di angeli di differenti dimensioni e, nello stesso tempo, raccolto in preghiera, con la consapevolezza di colui che per accostarsi a un albero, occorre accettare di venire abbracciato dalla sua ombra.

“Amerai il Signore Dio”, ma nella tela dov’è raffigurato Dio? A prima vista sembra il grande assente, quasi sostituito (come d’altronde nel testo biblico) dagli angeli. Con l’occhio si va alla ricerca di qualche segno che lo possa rappresentare.

C’è un dio, ma occupa uno spazio troppo piccolo: in basso a destra, eretto su di una colonna, c’è il vitello…, però un alone di nebbia lo rende troppo marginale, oltre che lontano. Non può essere il vero Dio. L’occhio risale in diagonale per fermarsi su di una macchia di luce resa quasi cruciforme dal volto appena visibile dell’Eterno e che offre la possibilità di leggere “Diliges Dominum Deum” sulla lastra di pietra: la Luce-Spirito Santo abbraccia il Padre e il Figlio-Parola (le tre parole “Diliges Dominum Deum” visibilizzano la presenza del Figlio). Il riverbero illumina il capo chino e parte del mantello di Mosè orante, isolato da una nube oscura.

In un confronto con la chiesa parrocchiale di Ruffano (ricca di numerose tele) il prof. Lucio Galante ha scritto della “complessiva modestia delle opere” di quest’ultima, limitate quasi campanilisticamente alla bottega dei Lillo, con quelle di “artisti di ben diverso livello” della chiesa di Presicce. Elenca, tra le tante, le otto grandi tele (quelle della “Natività” citata purtroppo da molti depliants ad uso turistico è assente da circa un secolo) dell’ormai anziano sacerdote-pittore Oronzo Tiso e le quattro di formazione “romano-napoletana” e di queste “di livello qualitativamente superiore” sono le due che riproducano la storia di Mosè salvato dalle acque e Mosè che riceve le tavole della Legge.

Il restauro della tela “Il sacrificio di Jefte” compiuto nel 2011 ha reso ben visibile la data dell’opera (1784) e la firma del pittore Diego Pesco, per le altre tre, in mancanza di possibilità di restauro, valgono le affermazioni di G. Arditi e del Castigione. Per i dubbiosi suggerirei di mirare il volto della “figlia di Jefte” che ricompare nei lineamenti facciali della figlia del faraone, delle sue ancelle e dell’angelo che ferma il polso di Abramo; così il pennello che ha dipinto la testa di Abramo ha lavorato per il capo di Mosè. In mancanza di autografi, vale l’autoritratto del Pesco presente in tutte le sua quattro tele: il vecchietto col capo scoperto e stempiato visibile nel “Sacrificio di Jefte” è il volto di Mosè e di Abramo, poi ricompare sfumato sotto l’albero nella tesa di “Mosè salvato dalle acque”.

Anche se il tempo ha fatto cadere nell’oblìo il nome del Pesco, la fattura dei suoi dipinti testimonia ancora oggi la grandezza dell’artista che aveva operato nell’area “romana e napoletana” (nel coro di S. Pietro alla Magione di Siena vi è la tela “Assunta con Ss. Pietro e Giovanni” del 1760, firmata: Diego Pesco “Spagnuolo”; a Bologna vi è (1776) il ritratto di S. Francesco Di Majo; a Torre del Greco, dopo l’eruzione del Vesuvio (1794) vi sono due tele del 1797: “Invenzione della Croce” sull’altare maggiore della chiesa di “Santa Croce” e la tela “Madonna e Santi” sull’altare maggiore della chiesa della “Madonna del Principio”. L’ultima opera che conosciamo è la tela dell’Arcangelo Gabriele con Tobia nella chiesa di S. Giuseppe a Luzzi (Cosenza).

La grandezza della superficie delle tele e l’aver scelto di posizionarle nell’abside, ben visibili a tutti, accanto all’antico grande dipinto del Catalano raffigurante il martirio del protettore S. Andrea rivelano la stima che i contemporanei gli tributavano e l’impegno dei presiccesi di arricchire la nuova chiesa parrocchiale con opere di un artista maturo e affermato proveniente da lontano.

Ultimo aggiornamento (Venerdì 13 Aprile 2018 11:02)

 
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