Home IL PARROCO Editoriali 2018 Editoriale Marzo 2018

Editoriale Marzo 2018

“LO CONDUSSE FUORI…

CONTA LE STELLE, SE RIESCI…”

Sac. Francesco Cazzato


 


“Conta le stelle, se riesci…”, come dire: “Intanto non ci riesci!”.

C’è qualcosa che Abramo non riesce a fare, oltre a non saper contare le stelle; Abramo non riesce ad avere un figlio da Sara. Aveva vinto Abramo in battaglia una confederazione di re, aveva offerto in dono a Melchisedec la decima parte del bottino di guerra, era capo rispettato di una grossa tribù, ma il futuro non gli appariva roseo: “Il Signore Dio lo condusse fuori dalla tenda… conta le stelle, se riesci…” (Gen. 15,5).

“Condurre fuori” è il verbo dell’esodo che accompagnerà anche la storia di Mosè (e lo si trova di frequente nei vangeli) è il verbo che fa da guida alla storia di Abramo: fuori dalla tenda e, ancor prima, fuori dalla terra.

Nelle religioni antiche (politeismo) la potenza di ogni singola divinità era immaginata come limitata ai confini di un determinato territorio (a somiglianza dei re della terra); il Dio biblico si auto presenta come “dio del cielo” e quindi ovunque l’uomo si trovi, c’è sempre un cielo sulla sua testa e logicamente nessun uomo può sottrarsi alla sovranità di questo dio. Una prova? “Il Signore disse ad Abramo: «Esci dalla tua terra…»” (Gen. 12,1). La storia di Abramo, nomade per tutta la “mezzaluna fertile” (tutto il mondo geografico a lui noto) ha la finalità di dimostrare che la potenza di questo “dio del cielo” è sperimentabile e in ogni luogo dove Abramo pianta le tende del suo accampamento innalza un altare al suo Dio “senza confini territoriali”.

Lentamente Abramo viene anche aiutato da Dio a “uscire fuori” dal desiderio di affidare il proprio futuro alla figliolanza umana. Dopo la fallita adozione del nipote Lot, Abramo ascolta la promessa: “Moltiplicherò la tua stirpe come la polvere della terra”, quindi il rassegnato ripiego del suo vice, Eliezer di Damasco, ma Dio lo rincuora: “Guarda il cielo e conta le stelle…”. A questo Dio, signore della polvere della terra e delle stelle cielo, Abramo si lega con un solenne giuramento. Secondo lo stile ebraico, ci sarà una terza opzione: la nascita di Ismaele, ma è il “sacrificio” di Isacco che riassume la grandezza del patriarca.

La storia dolorosa e cruenta di Gesù in croce sul Calvario ha segnato la nostra sensibilità e il nostro linguaggio, al punto che, nel dire comune, “sacrificio” oggi significa rinuncia, sofferenza, privazione, anche al di fuori da un contesto religioso.

“Sacrificio” (dal latino: rendere una cosa sacra): è un dono che volontariamente facciamo a Dio e logicamente comporta una privazione. Nel donare un giocattolo al bambino, un fascio di fiori alla persona amata, non si pensa più di tanto al costo del dono, ma alla gioia che tale dono porta. È incomprensibile: fare un dono e stare continuamente a pensare al prezzo che ci è costato. Ora, ci si può impoverire per arricchire un uomo, ma rinunciare a qualcosa per dare a Dio che è ricchissimo e che non ha bisogno di niente perché è già Dio, che senso può avere?

Dio non ha bisogno di nulla, noi abbiamo bisogno di dargli tutto per confessare che è il nostro Dio e che apparteniamo a Lui. Perché quando le cose sono nostre, non ricordiamo più che sono di Dio: ce le ha affidate e ce le può richiedere (lo dice Giobbe e lo ricorda nel vangelo la parabola dei talenti) come è successo per Abramo.

Il sacrificio è l’atto di fede con il quale l’uomo proclama la sua appartenenza a Dio. Come realizzare la consegna a Dio? Il genio religioso nel passato ha risolto con eleganza, mediante il fuoco, la creatura più splendente e meno corporea della terra, sia l’irrevocabilità dell’offerta sia il rischio di putrefazione proveniente dall’accumulo. Abramo salendo sul monte ha “sacrificato” (= reso sacro)  a Dio realmente suo figlio anche se Isacco non fu ucciso; l’angelo di Dio ha sospeso un certo tipo di esecuzione non il “sacrificio” di Isacco.

Isacco scenderà vivo come era salito, ma diverso perché “sacro” = appartenente non più ad Abramo, ma a Dio. Era “polvere della terra” dopo il “sacrificio” è divenuto “stella del cielo”.

La tela di Diego Pesco (cm. 373x171) collocata ben visibile a tutti, sul fondale della chiesa, accanto a quella del protettore S. Andrea, continua ad insegnare anche a noi la verità e la preziosità di ogni “sacrificio” (= offerta fatta a Dio).

Ultimo aggiornamento (Venerdì 30 Marzo 2018 08:53)

 
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