Home IL PARROCO Editoriali 2018 Editoriale Aprile 2018

Editoriale Aprile 2018

SPERIAMO CHE… SIA FEMMINA!

Sac. Francesco Cazzato


 

Era rimasta incinta… Non era il primo parto, era già nata la Maria, che ormai era di buon iuto nella crescita del fratellino Aronne; era la prima volta che insieme al marito si augurava: “Speriamo che nasca femminuccia”.

Forse potrebbe sembrare impensabile che nel profondo passato, dodici secoli abbondanti prima della nascita di Cristo, qualcuno potesse augurare: “Speriamo che sia femmina”. Avere molti figli maschi (le loro braccia avrebbero portato pane e generato ricchezza in ogni famiglia patriarcale, le femmine… un grosso punto interrogativo) era anche desiderio di quella famiglia ebrea, ma l’editto del faraone era ormai conosciutissimo: “Ogni maschio ebreo che nasce gettatelo nel Nilo, le femmine invece…”; giustamente la mamma, perché non fosse costretta a far morire il proprio bambino, si augurava: “Speriamo che sia femmina”.

E nacque… un maschietto, destinato quindi a essere gettato nel grande fiume.

Alla delusione dei genitori, nell’insieme, si potrebbe aggiungere la delusione di noi lettori: saremmo rimasti più contenti se il testo sacro avesse riportato il nome del faraone, sarebbe stato utilissimo per fissare una datazione esatta dell’avvenimento, invece ha dato il nome, per noi privo di interesse, di due semplici levatrici (Sefora e Pua); si incomincia a familiarizzare con i gusti di un Dio che dà valore agli umili e trascura i pezzi grossi?

Niente nome del faraone, ma neanche nome del bambino: a che sarebbe servito dare un nome a una creatura destinata a una morte imminente?

Ma la mamma, colei che ha dato la vita, non ha avuto il coraggio di far morire il figlio e la motivazione scritta in Esodo 2,2 “vide che era bello” fa sorridere per la sua ingenuità: a quale mamma il proprio figlio non è bello? Cercò di tenerlo nascosto, impresa difficilissima, il pianto di un neonato è sempre imprevedibile, dopo tre mesi la mamma dovette arrendersi: per questo bambino senza nome con la pece rese impermeabile un cestello, adagiò la piccola culla-bara tra la giuncaia del Nilo e ritornò a casa non avendo cuore per assistere alla fine di quel maschietto adorato. Nella sorella Maria prevale la curiosità e, stando a distanza, vide la figlia del faraone che era scesa nel fiume per fare il bagno, il pianto del bambino la incuriosì e mandò una sua schiava a prendere il canestro con il bambino. E qui Maria, la sorella che sarà profetessa, avvicinatasi, ebbe a rivelarsi ragazza sveglia e intelligente dicendo: “Vuoi che chiami una nutrice tra le donne ebree che allatti per te il bambino?”. Al consesso della principessa, Maria andò a chiamare la mamma che ricevette il bambino senza nome per allattarlo e curarne la crescita.

Una volta cresciuto, il ragazzino fu riportato dalla figlia del faraone e ricevette da costei il nome principesco di… Mosè (= in egiziano: figlio), nome che unito a quello di una divinità (Tut, Ra,…) veniva portato come nome ufficiale da molti faraoni (Ra+moses, Tut+moses,…). Ugualmente anche il nome del ragazzo inglobava il nome di qualche divinità egizia. Più tardi, per rispetto al Dio di Israele (1° comandamento) toglierà la prima parte del nome riferente a un dio egizio e si cercherà il significato ebraico della parola Mosè (= salvato) sia nella forma attiva (colui che ha “salvato” dalle del Mar Rosso gli ebrei) sia passiva (colui che è stato “salvato” dalle acque del Nilo,… dalla principessa…) a ricordo della sua infanzia: da salvato Mosè fu salvatore.

La tela raffigurante la figlia del faraone che affida a Maria il bambino “salvato” perché possa essere allevato è stata fatta dipingere dai nostri antenati e collocata visibile in chiesa per insegnare a salvare i “trovatelli’ (allora numerosi) e a noi ricorda che ogni nostra azione, anche quella che può sembrare la più laica (come gli avvenimenti attorno alla nascita di Mosè) ha riferimento con la Pasqua di Cristo e da “salvati” (col battesimo) si può essere “salvatori” dei fratelli.

 
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