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A Betlemme, senza presunzione. Epifania 2018 (don P. Nicolardi)

A Betlemme, senza presunzione…

Omelia dell'Epifania del Signore

06 gennaio 2018

don Pierluigi Nicolardi


 

Cari fedeli,

cosa significa “presumere”? Il verbo deriva dal latino prae, prima, e sumere, prendere; Secondo il dizionario della lingua italiana, “presumere” significherebbe congetturare, avanzare conclusioni prima ancora di conoscerne le premesse. Dal verbo presumere deriva l’aggettivo presuntuoso. Perché iniziare con questa piccola lezione di italiano – quasi da presuntuosi del sapere –, perché la solennità dell’Epifania ci riporta a comprendere che la salvezza non è destinata solo ad una élite di persone, bensì a tutti.

Nella storia del popolo di Israele non è infatti mancata la presunzione di pensare che, quel Dio che li aveva eletti sopra gli altri popoli, che li aveva tratti in salvo dalla schiavitù d’Egitto, quel Dio potente che ha travolto nel mare cavalli e cavalieri, quel Dio aveva scelto di salvare loro, non altri. Pian piano, però, anche nella riflessione teologica e di fede di Israele si è ricompreso il senso dell’elezione non in modo esclusivista, bensì in senso inclusivo. Il profeta Isaia, nella prima lettura di oggi, ci ha consegnato queste parole: “Cammineranno le genti alla tua luce”; l’espressione “genti” non è casuale. Gli ebrei si ritenevano il popolo, gli altri erano “le genti” – i Gentili, si dirà nel Nuovo Testamento – cioè coloro che non erano depositari della promessa di Dio; nella letteratura profetica si fa strada l’idea che Dio, che pure ha fatto delle promesse a Israele che non saranno mai revocate, in realtà ha a cuore ogni uomo e ogni donna. L’elezione di Israele, allora, viene ricompresa come una sorta di servizio: attraverso la promessa fatta ad Israele, tutte le genti giungeranno alla salvezza.

Nel Nuovo Testamento questa consapevolezza è palese; se, infatti, nel Vangelo di Luca assistiamo alla visita dei pastori alla grotta di Betlemme – simbolo dell’antico popolo di Israele – in Matteo ad accorrere a Betlemme sono i Magi, uomini venuti dagli estremi confini della terra, a simboleggiare tutte le genti che adorano e riconoscono in Gesù, il Bambino avvolto in fasce, il Figlio di Dio. Ecco, allora, il senso della celebrazione di oggi, l’Epifania; dal greco epifaneo, manifestare, oggi Dio Padre, mediante la guida dello Spirito Santo (la stella), mostra a tutti il Figlio, dona a tutti la grazia. La mattina di Natale abbiamo ascoltato dal Vangelo di Giovanni: “Dalla sua pienezza, noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia”.

Tutti siamo stati destinatari della manifestazione grazia, tanto i grati – nel senso coloro che hanno riconosciuto e accolto il Verbo mostrando la propria gratitudine, direbbe Dei Verbum, mediante “l’obbedienza della fede” – quanto “gli ingrati”, coloro cioè che non sono riusciti a farsi raggiungere dalla Luce vera, dunque non sono in grado di rispondere immediatamente a Dio mediante la fede. Anche san Paolo, agli Efesini, dice che “le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef 3,5-6). Non c’è nessuno escluso.

Se questo è vero, allora non c’è spazio per nessun genere di presunzione nemmeno nella Chiesa; non siamo una comunità di privilegiati, non siamo noi a salvarci prima e più di altri. Se abbiamo un onore – quello di essere giunti per prima ad adorare il Signore e dunque a stargli più vicino – questo onore diventa onere, cioè responsabilità: attraverso noi devono poter giungere a Betlemme anche gli altri, anche i più lontani. In questo sta anche il senso dell’espressione “cattolica” che, nel “Credo”, attribuiamo alla Chiesa non è in senso elitario – la Chiesa cattolica rispetto alle altre confessioni cristiane – no, ma ha il carattere dell’universalità: la salvezza cui è chiamata la Chiesa è destinata a tutti, la Chiesa è solo canale di grazia.

Comprendiamo, dunque, che il ruolo del cristiano non è di essere impedimento alla grazia, ma di essere canale, facilitatore, attraverso la sua testimonianza luminosa, dell’incontro con il Bambino di Betlemme. Nessuno allora può essere presuntuoso quanto alla salvezza; nessuno può presumere di avere più diritto a stare con Cristo. Pensiamo ai nostri gruppi parrocchiali, ai movimenti, alle aggregazioni laicali… quando questi diventano ricettacoli di presuntuosi, hanno perso il loro valore; quando hanno l’ardire di pensare che loro hanno più diritto di altri, allora hanno svilito il proprio compito e la propria efficacia. Non ostacoli, ma canali di grazia. Non presuntuosi, ma gioiosi testimoni del dono di grazia che, copioso, ci è stato riversato nei nostri cuori.

Venimus adorare eum”, “siamo venuti per adorarlo”, siamo giunti a Betlemme, condotti dalla stella, per essere inondati di grazia e per essere noi stessi “portatori sani” del messaggio di salvezza a tutte le genti.

Ultimo aggiornamento (Sabato 06 Gennaio 2018 20:40)

 
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