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L'amore coniugale. La più alta forma di amicizia (don P. Nicolardi)

Don Pierluigi Nicolardi

L’AMORE CONIUGALE,

LA PIÙ ALTA FORMA DI AMICIZIA[1]



Dal Vangelo secondo Giovanni (15, 1-17)

«Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri».

Cari amici,

ho accolto con particolare gioia l’invito rivoltomi da don Gigi e da don Luigi a stare con voi questa mattina per riflettere sulla parola di Dio e lasciarci interrogare su una provocazione che ci giunge dall’esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia di Papa Francesco.

«L’amore coniugale è la più grande amicizia», ci ha ricordato il Papa. Prima di fare qualsivoglia riflessione, è doveroso comprendere perché l’esortazione parla dell’amore coniugale in termini di amicizia. E per farlo, è necessario ricorrere a S. Tommaso d’Aquino, cui il Papa fa riferimento.

Per S. Tommaso, l’amore assume una multiformità di dimensioni e l’amicizia è la forma con la quale si vuole bene a qualcuno[2]; detto questo, in maniera molto sintetica – san Tommaso dedica ampio spazio a questo tema nella Summa Theologiae – dobbiamo dire cosa si intende per amicizia. Ogni amicizia è una forma di amore, ma non è detto che ogni amore sia una amicizia; essa, infatti, è una forma specifica di amore. Essa è anzitutto dilezione, cioè scelta. È banale, ma forse bisogna ricordare che, se la carità cristiana ci chiede di amare tutti, è vero anche che non ci è chiesto di essere amici di tutti – in questo senso va compreso quanto dice san Tommaso quando afferma che non tutte le forme di amore sono amicizia. Essa richiede benevolenza, ossia desiderio di comunicare il bene agli amici, reciprocità, non può mai essere unilaterale, fondata su una certa comunanza di vita. Se prendessimo alla lettera quanto affermato da san Tommaso, penso che tutti dovremmo mettere in discussione quelle che noi consideriamo le “nostre amicizie”. Ma non siamo qui per parlare di questo.

Papa Francesco, nel numero 123 di Amoris laetitia, ha ricordato che

L’amore coniugale è la «più grande amicizia». È una unione che possiede tutte le caratteristiche di una buona amicizia: ricerca del bene dell’altro, reciprocità, intimità, tenerezza, stabilità, e una somiglianza tra gli amici che si va costruendo con la vita condivisa.

Se è vero che per essere veri amici è necessario anzitutto scegliersi, poi volere il bene dell’altro, vivere la reciprocità e la comunanza di vita, tanto più questi valori si concretizzano nel rapporto di coppia. Nella riflessione di questa mattina, cercherò di mettere in luce questi quattro aspetti.

1. La bellezza di essersi scelti.

La prima caratteristica dell’amicizia, e soprattutto dell’amicizia coniugale, è l’elezione. Ricordavo prima che non si è amici con tutti; ancor più vero è che non si può amare tutti dello stesso amore totalizzante. L’amicizia coniugale è l’unica forma di amore elettiva che chiede l’esclusività della relazione; con una sola parola è unica. È bello sapere che io sono stato cercato da te, io sono stato scelto; in questo, fanno eco le bellissime pagine del Cantico dei Cantici, tra cui la seguente:

Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato

l’amore dell’anima mia; l’ho cercato, ma

non l’ho trovato. Mi alzerò e farò il giro

della città per le strade e per le piazze;

voglio cercare l’amore dell’anima mia. L’ho

cercato, ma non l’ho trovato.

Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città:

«Avete visto l’amore dell’anima mia?» (Ct 3,1-3).

Qui la fanciulla non trova pace fino a quando non ha trovato il suo amore; analogamente, il cuore di ciascuno di noi non trova pace fino a quando non ha trovato la persona in grado, con tutta la sua limitatezza, di colmare il vuoto creaturale. Carlo Carretto, in libro dal titolo Famiglia, piccola Chiesa, scrive:

Penso alla parola di Dio e al significato di quella caverna fatta da Dio nelle carni di Adamo. Caverna, cioè vuoto, vuoto che ha il rimbombo del richiamo, vuoto solitario, immagine stessa della solitudine. Dio ha scavato nella carne di Adamo, proprio vicino al cuore, una solitudine che metterà in Adamo un’inquietudine nuova e lo spingerà alla ricerca di quella parte di sé che ora è fuori di sé. […] E Dio aumenta la caverna dell’uomo e con la caverna il desiderio e la tensione verso quella cosa che è parte di lui e che è fuori di lui e che sotto la mano di Dio diventa termine del suo amore, ricerca fondamentale, colloquio inesausto e che sarà unito a lui da una catena invisibile più forte della morte e più travolgente delle fiumane[3].

In quel vuoto originario scavato da Dio nel mio cuore e nella mia carne, c’è già il tuo nome, e solo il tuo! Devo solo cercare… Devo cercare e cercare te, nessun’altra. Perché io e te non siamo solo il frutto della nostra ricerca; il Signore, nel Vangelo che abbiamo ascoltato, ha detto chiaramente: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Ora, è bene precisare che non ci troviamo di fronte a nessuna forma di predestinazione; mi piace sottolineare che non siamo “pedine” in mano ad un dio che ci dice cosa fare. Gesù, invece, afferma che la nostra vita è frutto non del destino – che a volte, per chi ci crede, può essere anche beffardo e cinico – ma di una scelta libera, mossa e guidata dallo Spirito Santo.

Io e te, scelti in Cristo, ci siamo ricercati e abbiamo compreso che solo la nostra relazione unica poteva saziare la sete di senso, poteva colmare il vuoto del nostro cuore. Noi, non altri! E la nostra relazione unica ha una forma particolare – è bene ricordarlo – la forma sacramentale. Il sacramento del matrimonio rende la nostra speciale amicizia un segno dell’amicizia più grande: quella ci ciascuno con Dio. Non a caso, pocanzi ho detto che «il cuore di ciascuno non trova pace fino a quando non ha trovato la persona in grado di colmare il vuoto creaturale». Essere sacramento, cioè segno, significa che il mio amore è un richiamo all’Amore più grande, quello Dio, Colui che sazia la nostra fame e sete; dice sant’Agostino: «il nostro cuore non ha pace fino a che non riposa in te»[4].

Ripenso agli inizi della nostra storia. Ti ritengo un dono? Riconosco, nella nostra esistenza, l’azione dello Spirito Santo?

2. La ricerca appassionata della benevolenza

Benevolenza significa la ricerca continua e sincera del bene dell’altro; ogni amicizia non può essere fondata se un altro fine se non questo, la ricerca del tuo bene. Ancor più l’amicizia coniugale. In diritto canonico – che non sto qui a commentare – si parla di bonum coniugum, cioè di finalità della relazione coniugale. Se c’è un fine immediato nella relazione coniugale, questo fine è la benevolenza! Io devo potermi battere perché il tuo bene possa realizzarsi.

Anche qui è opportuno fare una precisazione. Quando parlo del tuo bene o del mio bene non sto intendo la ricerca di una utilità individuale; dal momento in cui io e te siamo marito e moglie, non c’è nulla di tuo che non sia anche mio. Allora, battersi perché si compia il tuo bene significa mettere il coniuge nelle condizioni di realizzare il fine alto della propria persona, la santità, che – badiamo bene – in forza del sacramento, non è scindibile dal mio bene, dunque dalla mia santità. E qui siamo alla seconda qualità – per così dire – del sacramento del matrimonio; il matrimonio non è solo segno, ma è anche strumento di santificazione. Affermare che il vostro amore è la più alta forma di amicizia significa che nella vostra vita non potete prescindere dalla sana e seria ricerca del bene, senza alcun compromesso, anche quando questo provoca fatica. Ricorda Papa Francesco che

«l’amore di amicizia – dunque il vostro amore speciale – si chiama “carità” quando si coglie e si apprezza “l’alto valore” che ha l’altro. La bellezza – “l’alto valore non coincide con le sue attrattive fisiche o psicologiche – ci permette di gustare la sacralità della sua persona senza l’imperiosa necessità di possederla» (AL, 127).

Volere il bene dell’altro, allora, si concretizza in libertà, la pima forma di rispetto dell’altro, in ricerca caparbia del bene autentico, ad ogni costo, fino al punto di comprendere che io non possiedo l’altro, ma mi è stato donato. E qui ritorna ancora il Vangelo di Giovanni: «amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati». La più alta forma di benevolenza è indubbiamente l’amore di Dio, in Cristo. San Paolo, nella lettera agli Efesini, ci fa comprendere che il mistero di Cristo è il principio primo ed ultimo di benevolenza. Benedetto XVI, nel Messaggio per la Quaresima 2007, disse:

E’ nel mistero della Croce che si rivela appieno la potenza incontenibile della misericordia del Padre celeste. Per riconquistare l’amore della sua creatura, Egli ha accettato di pagare un prezzo altissimo: il sangue del suo Unigenito Figlio. La morte, che per il primo Adamo era segno estremo di solitudine e di impotenza, si è così trasformata nel supremo atto d’amore e di libertà del nuovo Adamo. Ben si può allora affermare, con san Massimo il Confessore, che Cristo “morì, se così si può dire, divinamente, poiché morì liberamente” (Ambigua, 91, 1056). Nella Croce si manifesta l’eros di Dio per noi. Eros è infatti - come si esprime lo Pseudo Dionigi - quella forza “che non permette all’amante di rimanere in se stesso, ma lo spinge a unirsi all’amato” (De divinis nominibus, IV, 13: PG3, 712)[5].

In questo, comprendiamo un altro carattere proprio del matrimonio, l’indissolubilità; il sacramento mi ha legato a te, alla tua santità per sempre. Non si dà altra forma all’amicizia coniugale se non quella indissolubile, del per sempre. Tutto questo ha dei risvolti concreti. Quanto mi batto perché nella tua vita si faccia strada il bene autentico? Quanto la nostra storia è ricerca del bene e cammino verso la santità? Riesco a fare spazio alla gratuità dell’amore?

3. La costruzione di una comunione di vita

L’ultimo aspetto che vorrei sottolineare è la comunanza di vita. Un’amicizia è tale – continua san Tommaso – quando si ha qualcosa in comune. Il matrimonio, l’amore coniugale, è la più grande amicizia perché non ha come oggetto la condivisione di qualche valore; pensate alle nostre amicizie: io sono amico di Giuseppe perché condivido la passione per il calcio (bugia!). La comunanza di vita che è richiesta alla coppia è totale! Io non condivido una passione, ma la vita nel senso stretto della parola. Ed è in questa condivisione totale della vita che si realizza il dono della vita. Io e te abbiamo in comune tutto: un progetto (la vita coniugale), un “destino” (la santità).

Ecco il terzo carattere del matrimonio, che abbiamo già definito unico e indissolubile: la fecondità. La fecondità non può essere intesa semplicemente come generatività; questo aspetto dipende strettamente dalla capacità dei coniugi di realizzare una comunità di vita fondata sull’amore. Quest’amore – la comunanza di vita – fondato sull’amore di Dio, si apre alla vita. Gesù, nel Vangelo di Giovanni, dice: «vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga» (Gv 15,16). Il frutto cui fa riferimento Gesù è l’amore, la carità, unica tra le virtù – afferma l’apostolo Paolo – che rimane (cf. 1Cor 13,13).

Continua Papa Francesco:

Il matrimonio è un segno prezioso, perché “quando un uomo e una donna celebrano il sacramento del matrimonio, Dio, per così dire, si ‘rispecchia’ in essi, imprime in loro i lineamenti e il carattere indelebile del suo amore. Il matrimonio è l’icona dell’amore di Dio per noi. Anche Dio, infatti, è comunione. Questo comporta conseguenze molto concrete e quotidiane, perché gli sposi, “in forza di questa missione, vengono investiti di una vera e propria missione, perché possano rendere visibile, a partire dalle cose semplici, ordinarie l’amore con cui Cristo ama la sua Chiesa, continuando a donare la vita per lei (AL, 121).

In queste parole certamente fanno eco i pensieri del nostro caro don Tonino il quale in una lettera alle famiglie, Famiglia come laboratorio di pace, afferma che la famiglia cristiana – voi – è stata costituita non come immagine neutra della Trinità, come «immagine provocante. Che provoca, cioè alla comunione, alla pace, alla convivialità delle differenze»[6].

La realtà più bella della fecondità della coppia, allora, prima che essere genitorialità si concretizza nella comunione tra i coniugi, anzitutto, e poi nell’apertura all’altro. In questo, ha grande valore la mensa Eucaristica, modello di comunione.

Vi lascio ancora alcune domande per la riflessione personale e di coppia. Come vivo la comunione coniugale? La messa domenicale, la comunione con il Signore, vivo e vero, il Risorto, si concretizza in gesti di apertura e di fecondità?


PER CONCLUDERE

In questo tempo, ho cercato di mettere in luce come l’amicizia cristiana, che ha i caratteri dell’elezione, della benevolenza e della comunanza di vita, trova nell’amore coniugale la sua più alta espressione. L’elezione, la scelta dell’amico, nel rapporto di coppia si realizza nell’esclusività e unicità del rapporto, la benevolenza si traduce nell’indissolubilità, non solo del vincolo, ma con esso anche del comune “destino” – inteso come meta della santità da raggiungere insieme – e, infine, la comunanza di vita si realizza nella comunione, ossia, nel rendere presente oggi, qui e ora, un frammento della bellezza iconica della Trinità.



[1] Riflessione per il Ritiro diocesano degli sposi. Alessano, 17 dicembre 2017, IV Domenica di Avvento – gaudete.

[2] San Tommaso afferma che l’amore di amicizia è «il movimento dell’amore che tende dunque verso due termini: verso il bene che si vuole a qualcuno (se stesso o un altro) e verso colui al quale si vuole questo bene» (S. Th., I-II, q. 26, a. 4).

[3] Carretto C., Famiglia, piccola Chiesa, Roma, AVE, 1949, p. 27; corsivo mio.

[4] S. Agostino, Le confessioni, 1, 5.

[5] Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima 2007.

[6] Bello A., Famiglia come laboratorio di pace, in Id., Scritti di Pace, Molfetta, Mezzina, 1997, p. 178.

 
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