Home Don Pierluigi Nicolardi Omelie e Catechesi (don Pier) La nostra casa sulla roccia. Ritiro spirituale fidanzati e coniugi (don P. Nicolardi)

La nostra casa sulla roccia. Ritiro spirituale fidanzati e coniugi (don P. Nicolardi)

LA NOSTRA CASA SULLA ROCCIA[1]

di don Pierluigi Nicolardi


 


crocifisso della tenerezzaAl termine del nostro percorso di riflessione sul sacramento del matrimonio, sento la necessità di rendere grazie, ancora una volta, a Dio per avermi concesso la grazia di incontrare giovani che hanno il desiderio di mettersi in gioco, costruendo il proprio futuro in una famiglia cristianamente orientata. Il “grazie” va espresso, inoltre, a Nino Viola e Annamaria Stragapede che con discrezione e gioia vi hanno accompagnato; a Vito Chiffi, ad Alessandra e Antonio Romano che hanno offerto la propria testimonianza e competenza per voi.

Prima di celebrare insieme la Messa in onore del nostro patrono S. Andrea e concludere il percorso, siamo in questo luogo, la cripta del Crocifisso, per tirare le fila del nostro percorso e darci un ulteriore tempo per riflettere nel silenzio. Benedetto XVI, a proposito del silenzio, affermò: «Abbiamo bisogno di quel silenzio che diventa contemplazione, che ci fa entrare nel silenzio di Dio e così arrivare al punto dove nasce la Parola, la Parola redentrice». Oggi cerchiamo di fare deserto attorno a noi, di lasciare spazio alla Parola che illumina e performa la nostra esistenza.

La liturgia della Parola che ho scelto per questo breve ritiro pone al centro il tema della «costruzione della casa sulla roccia». Non solo per voi coppie di fidanzati, ma anche per gli sposi, questa parola deve poter avere grande risonanza; tutti i cristiani siamo chiamati a costruire la nostra esistenza su Cristo, ma in modo speciale, questo diventa, come direbbe papa Francesco, il Vangelo della famiglia.

Già, perché gli sposi cristiani sono chiamati a edificare la propria casa sulla roccia, che è Cristo; ma lo devono poter fare se prendono consapevolezza – come ricorda S. Pietro nella sua lettera – che ciascuno dei coniugi è pietra viva (1Pt 2,5). Se volete costruire una casa solida, allora alle fondamenta dovete poter mettere Cristo.

È interessante vedere come nel Vangelo, sia per la casa fondata sulla roccia, sia quella costruita sulla sabbia, Gesù parla di “pioggia, fiumi straripanti, venti”, a voler dire che il cristianesimo, la fede in Cristo, non ci mette al riparo dalle difficoltà della vita. Tutti siamo esposti alle tempeste, cristiani e non; la fede in Cristo ci dà una chiave ermeneutica, una possibilità di interpretare i segni dei tempi con intelligenza, l’intelligenza della fede. La fede, appunto, ci consente di soccombere dinanzi alle difficoltà, bensì di resistere, certi che alla base c’è Cristo. Fuor di metafora, nella vita familiare ci saranno – ci sono per le coppie già sposate – difficoltà, crisi, i momenti nei quali verrà la voglia di buttare tutto in aria e lasciar perdere il progetto matrimoniale… sarà lo Spirito di Cristo a rafforzarvi e a farvi desistere dalla tentazione dello scoraggiamento del disfattismo.

Il Vangelo non solo ci esorta a resistere dinanzi alle difficoltà, ma ci dona alcune suggestioni importanti. Si parla di casa da edificare, ed ogni casa che si rispetti ha almeno quattro elementi essenziali: le pareti, delle porte e finestre, alcune camere e un tetto. Dell’ultimo aspetto, il tetto, ne parleranno i coniugi Giovanna e Alessandro Ruberti.

1. Le pareti per custodire

Ogni casa, perché sia degna di questo nome, ha bisogno di almeno quattro pareti. San Paolo, nella prima lettera i Corinzi, nel celebre «Inno alla Carità», scrive: «[la carità] tutto copre, tutto scusa. Tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,7). L’apostolo sembra quasi che tratteggi un edificio: l’amore edifica una casa nella quale la fede è il tetto che copre, la speranza rappresenta i pilastri che tutto supportano.

Le pareti, allora, diventano l’immagine della speranza chiamata a custodire l’amore. Dentro le mura domestiche, ovvero entro il recinto del proprio cuore, ciascun coniuge è chiamato a custodire e a far crescere la carità, in particolare la carità coniugale. Essa non si limita all’amore per l’altro; la carità coniugale «è un vero cammino di santificazione nella vita ordinaria e di crescita mistica, un mezzo per l’unione intima con Dio»[2].

Custodire l’amore non può solo voler dire voler bene, apprezzare e stimare; è dare la vita per l’altro, si tratta di diventare per l’altro strumento di santificazione: io mi devo battere per promuovere il bene autentico del mio coniuge. È avere la consapevolezza che, dacché siamo divenuti una sola carne (cf Gen 23,24), il percorso di santità non può non pensarsi mano nella mano con quella del mio coniuge.

Le pareti non saranno ostacolo, un limite, bensì delimiteranno lo spazio sacro entro il quale la famiglia, «chiesa domestica»[3], eserciterà il suo ruolo di santificazione.

 

2. Porte e finestre per la missione

Perché le pareti possano delimitare lo spazio sacro entro il quale la carità coniugale si manifesta e fiorisce, è necessario che ci siano almeno una porta e una finestra.

Riporto ancora una volta il pensiero di Carlo Carretto: «Dunque la casa l’accetteremo come verrà, ma in essa vorrei proprio non mancassero due cose: una porta e una finestra. Una porta innanzitutto per chiudere fuori il mondo. E con tanto di chiave. Fuori la lotta, il tormento, l’incomprensione, e anche tutto il giorno. ma almeno poter la sera appoggiare la testa stanza sul cuore di chi capisce e ha scelto di salire con me il monte della vita. Una porta per chiudere fuori qualche volta antiche parenti. […]E una finestra. Una bella finestra che si apra sul cielo ond’io non dimentichi la Casa di lassù. […] Se poi oltre alla porta e alla finestra ci sarà un terrazzino, quattro vasi di fiori, uno studiolo, due cose graziose, tanto meglio, le accetteremo… Ma se non ci saranno, sapremo sorridere lo stesso perché il più, cioè l’amore, nessuno ce lo toglierà[4]».

Porte e finestre hanno l’indispensabile ruolo di custodia dell’intimità e della sacralità del proprio amore, ma anche la funzione indispensabile di far entrare il vento dello Spirito, l’aria buona che viene dal mondo e ci protende verso la missione.

Una famiglia chiusa in se stessa non si regge! Non siete autoreferenziali, siete piccola chiesa, inserita in  una comunità ecclesiale che si riscopre famiglia di famiglie[5].

Come piccola chiesa, insieme alla Chiesa, siamo allora naturalmente aperti alla missione, protesi nel mondo ad annunciare con gioia il Vangelo della famiglia che quotidianamente, con impegno e con fatica, cerchiamo di vivere.

3. Le camere luogo di relazione

Una casa, anche se piccola e dignitosa, deve poter avere non solo la camera nuziale, il luogo della massima intimità, ma anche una sala per accogliere gli ospiti.

La camera nuziale, il luogo che diventa simbolo dell’unione casta e feconda degli sposi; è il luogo dell’amore e della comunione, vero Sancta sanctorum del tempio della comunione matrimoniale[6].

E una camera per accogliere gli altri… Se siete icona della Trinità, e perché la SS. Trinità dimora in voi, siete tempio di comunione. Don Tonino Bello affermava che la famiglia è icona della Trinità[7]; essa deve «ritrarre» con la sua vita il mistero trinitario, imitandone l’amore e diventando così una immagine provocante, che invita e provoca, cioè, gli altri alla comunione e alla pace. Papa Francesco illumina e approfondisce questo aspetto e, al tempo stesso, invita gli sposi cristiani a vivere la meta alta della propria vocazione:

«La coppia che ama e genera la vita è la vera “scultura” vivente (non quella di pietra o d’oro che il Decalogo proibisce), capace di manifestare il Dio creatore e salvatore. Perciò l’amore fecondo viene ad essere il simbolo delle realtà intime di Dio. […] La relazione feconda della coppia diventa un’immagine per scoprire e descrivere il mistero di Dio, fondamentale nella visione cristiana della Trinità che contempla in Dio il Padre, il Figlio e lo Spirito d’amore. Il Dio Trinità è comunione d’amore, e la famiglia è il suo riflesso vivente»[8].

La vita matrimoniale è vita di relazione. Tra i coniugi, nell’apertura alla vita e all’amore fecondo, con le altre famiglie e con tutti coloro che entrano in contatto con noi.

La famiglia è quella chiesa di periferia che papa Francesco definisce «ospedale da campo», capace di entrare in dialogo con ogni realtà, anche quella ferita e scandalizzata.



[1] Riflessione di don Pierluigi Nicolardi per il Ritiro spirituale delle coppie di fidanzati al termine dell’itinerario di formazione al matrimonio cristiano e degli sposi della parrocchia di S. Andrea Ap. in Presicce. Ruffano, cripta del Crocifisso, 27 dicembre 2016, I Domenica di Avvento.

[2] Amoris laetitia, n. 316.

[3] Lumen gentium, n. 11.

[4] Carlo Carretto, Famiglia piccola Chiesa, AVE, Roma 1949, pp. 46-47.

[5] Per un approfondimento, cf Vito Angiuli, La famiglia custodisce la chiesa, la chiesa custodisce la famiglia. Lettera alle famiglie a conclusione della XLI Settimana Teologica Diocesana, Alessano, 15-19 febbraio 2016.

[6] Cf Amoris laetitia, n. 315.

[7] A. Bello, La famiglia come laboratorio di pace, Molfetta 1997.

[8] Amoris laetitia, 11.

Ultimo aggiornamento (Martedì 29 Novembre 2016 17:10)

 
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