Home IL PARROCO Editoriali 2015 Editoriale marzo 2015

Editoriale marzo 2015

IL CORO: SPAZIO ORA VUOTO NELLA CHIESA

di don Francesco Cazzato


 

 

Il meraviglioso suono dell’organo, ricco di ben 450 canne (uno dei più grandi della diocesi: il famoso organo di Salve ha solo 392 canne, quello della cattedrale di Ugento ha 386 canne), appena restaurato accende la curiosità di conoscere il perché della sua ubicazione.

La collocazione dell’organo nella zona retrostante l’altare maggiore, la vastità di questo spazio perimetrato sui tre lati da 26 stalli e lunghi sedili, la presenza di massicci leggii, la lastra di marmo che chiude la tomba dei sacerdoti sono elementi che incuriosiscono e nello stesso tempo aiutano a ricostruire in parte la vita liturgica di alcuni secoli addietro e a spiegare il perché ci sia ora tanto spazio inutilizzato nella chiesa.

La chiesa parrocchiale di Presicce era una “chiesa recettizia”, una realtà che andrebbe meglio conosciuta perché differenziava molte chiese del Regno di Napoli dalle chiese degli altri Stati d’Italia e d’Europa.

“Chiese recettizie”: da recepta = ricevere, accogliere (il Concilio di Trento le chiama anche: “Chiese Patrimoniali”) venivano chiamate così quelle chiese che ricevevano nel loro grembo, quasi da buone madri, da cui il nome di matrici, dei sacerdoti, i quali a loro volta ricevevano da esse una remunerazione per dedicarsi in primo luogo ai riti liturgici, in maniera marginale all’attività pastorale. I membri di queste chiese erano chiamati “partecipanti” o “porzionari”.

Le chiese recettizie in genere erano “civiche”, cioè i partecipanti dovevano essere dello stesso paese e venivano chiamate “numerate” se il numero di sacerdoti era chiuso, “innumerate” se il numero era aperto secondo le esigenze del Capitolo.

Capitolo” era chiamato l’insieme dei sacerdoti e spettava al Capitolo accettare o rifiutare l’adesione di nuovi partecipanti; il numero dei sacerdoti veniva stabilito non in ordine agli abitanti di un paese, ma in relazione ai beni patrimoniali di una chiesa.

Capo del “clero recettizio” era un sacerdote detto “Arciprete” in relazione agli altri preti, “Parroco” in relazione ai fedeli. L’Arciprete presiedeva le liturgie più solenni, dava unità alle attività degli altri preti, era responsabile della vita sacramentale dei fedeli; vi erano compiti spettanti solo a lui e altri da poter affidare alla turnazione dei partecipanti. Così vi erano liturgie dove tutti i sacerdoti dovevano essere presenti e funzioni da svolgere a turno, ogni assenza o mancanza era sancita da multe registrate da un prete, chiamato “Procuratore” (carica con turnazione annuale). Raramente l’arciprete entrava nelle cappelle del paese dove spesso gli altri partecipanti curavano le devozioni della gente.

Mi è capitato più volte di ascoltare insegnanti, conoscitori della storia degli Stati del Nord Italia e completamente digiuni di storia locale, che nelle scuole utilizzavano il manzoniano don Abbondio (1628), ignorando le coordinate spazio-temporali della storia, per fare un cliché della figura del prete nel Regno di Napoli. Alcuni numeri aiutano ad ambientarci nel nostro passato. Nel 1741 (40 anni prima della costruzione dell’attuale chiesa parrocchiale) ad Acquarica c’erano 10 preti, a Presicce 226, a Barbarano 26, a Salve 41,… Per amore di sintesi: il numero dei “partecipanti” della chiesa di Presicce era di molto superiore al numero di frati che riempivano i singoli conventi dei carmelitani o dei francescani. Lavorando con un po’ di fantasia, si potrebbe esemplificare dicendo che i sacerdoti di una “chiesa recettizia”, pur vivendo ognuno nella propria abitazione (non esisteva l’idea della casa canonica, né tantomeno la manzoniana “Perpetua”), sotto l’aspetto liturgico si comportavano come  i frati nei conventi: vi erano ogni giorno momenti di preghiera comunitaria, ogni sacerdote-partecipante occupava il proprio stallo nel coro e il suono dell’organo guidava i loro canti.

La posizione dell’organo dietro l’altare maggiore testimonia che il coro, ora spazio meno utilizzato della chiesa, nel passato era la parte più vivace dell’edificio dove, oltre alle celebrazioni delle “messe in canto” (il celebrante, con le spalle rivolte al popolo, cantava buona parte della messa accompagnato dal suono dell’organo), quotidianamente si tiempiva di sacerdoti che, su delega della cittadinanza, cantavano le lodi al Signore.

Questo fenomeno storico, bisognevole di approfondimenti, ha diffuso nel sentire comune della gente che la “chiesa” (= popolo convocato da Dio) sia intesa come una realtà riguardante solo i preti.

 
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