Home IL PARROCO Editoriali 2013 Editoriale Maggio 2013

Editoriale Maggio 2013

I MARTIRI DI OTRANTO

di don Francesco Cazzato


 

«…fino a ieri abbiamo versato il sangue per la patria, oggi per la nostra Fede!». Le parole di Antonio Primaldo ritornano alla memoria di ogni talentino in questo anno della fede.

Nel concistoro dell’11 febbraio, l’ultimo del suo pontificato e il più conosciuto perché concluso con l’annuncio delle proprie dimissioni da vescovo di Roma, il papa Benedetto XVI ha stabilito il 12 maggio come il giorno della canonizzazione degli 800 Martiri di Otranto.

L’uso di un linguaggio corretto da parte di noi cristiani libera da molti equivoci. Il papa non “fa santi” gli 800 Martiri di Otranto, questi sono già “santi” dal giorno del loro martirio, non devono attendere il 12 maggio per essere in paradiso; in quel giorno il papa “canonizza”, cioè inserisce nel “canone” (=elenco, registro) dei Santi, offrendo alla Chiesa universale una garanzia sicura per la venerazione dei fedeli. La canonizzazione di un santo (per es. don Tonino) è un servizio che il papa compie in favore di noi cristiani che siamo vivi, non dei santi che sono morti.

800 Martiri! È un fatto molto raro nella storia che un gruppo così numeroso, i superstiti di un’intera città, abbia proclamato coralmente la Fede in Cristo, e questo è accaduto nel nostro Salento.

1480 una data storica da memorizzare non unicamente per obbligo scolastico, ma per orgoglio di cuore e di fede: con la distruzione di Otranto e con la scoperta dell’America (1492) il nostro territorio ha cambiato il volto geografico subendo un rapido processo di emarginazione.

La scoperta dell’America ha gradualmente spostato l’area commerciale dal Mediterraneo all’Atlantico dando inizio al declino del Sud Italia; in antecedenza il Capo di Leuca e Otranto occupavano una posizione invidiatissima e centrale per i traffici del mondo antico. A riprova: fino alla Rivoluzione Francese le carte nautiche riportavano la penisola italiana o la salentina capovolte, secondo le quali Venezia o Genova erano in periferia e avevano bisogno di costruire empori lungo le coste per poter commerciare, come repubbliche marinare, nel Mediterraneo. Le navi seguivano, per quanto possibile, la costa e, prima di prendere il largo, facevano provvista di acqua e cibo; i naviganti volentieri frequentavano i mercati dell’entroterra per vendere un po’ di mercanzia e poter in parte alleggerire il carico prima di affrontare il mare aperto per raggiungere l’Oriente. Tutto questo procurava una discreta ricchezza al nostro territorio che riusciva a riempire le cambuse di tutte le navi che veleggiavano verso l’Oriente o il Nord Africa. Tale vivacità commerciale è testimoniata dai tantissimi paesini, quasi bancarelle di una immensa fiera-mercato, che punteggiavano, a distanza ravvicinatissima, il Capo di Leuca.

La furia turca del 1480 ha cancellato molti di questi casolari e i superstiti hanno trovato scampo nei villaggi vicini (da Pozzo Mauro a Presicce); col raddoppio improvviso della popolazione nasceva in questi ultimi il bisogno di avere delle chiese più capienti dentro le quali rifugiarsi nel pericolo. Se prima i tanti paesini favorivano la vicinanza dei contadini ai campi, dal 1480 i nostri antenati hanno preferito costruire le case vicino alle chiese per la sicurezza della vita pagando con ore di cammino per andare e tornare dai campi. Per secoli le chiese salentina hanno offerto sicurezza per la vita terrena e la vita spirituale.

I Martiri di Otranto saranno i primi Santi ad essere canonizzati da Papa Francesco, un privilegio che impegna ciascuno di noi a dare visibilità alla fede in Cristo testimoniata con il sangue dalle generazioni che ci hanno preceduto.

 
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