Home IL PARROCO Editoriali 2013 Editoriale Aprile 2013

Editoriale Aprile 2013

EFFATÀ:

Fine di un rito e inizio di una vita nuova!

di don Francesco Cazzato




“Effatà” (=Apriti) è una delle poche parole privilegiate perché riportate nel Vangelo nella maniera originale, come è uscita dalla bocca di Gesù.

Il vangelo è scritto in lingua greca, mentre Gesù parlava l’aramaico, una specie di dialetto apparentato con l’ebraico; se l’evangelista Marco (7,34) riporta la parola esatta pronunciata da Gesù, vuol certamente dare risalto ed una importanza che superi la narrazione della semplice guarigione di un sordomuto.

“Effatà” è l’ultima parola che il sacerdote pronunzia, a chiusura del rito battesimale, toccando le orecchie e le labbra del neo-battezzato, a significare che il discepolo deve porsi in ascolto continuo della parola autentica del Signore, parola che penetra dalle orecchie, trasforma il cuore e la mente e quindi, uscendo dalle labbra, dal modo di parlare l’uomo manifesta la propria fede.

Il cristiano è colui che dal giorno del Battesimo deve conservare le orecchie aperte per ricevere la Parola del suo Signore Parlante, perché la Fede si riceve nelle orecchie, dall’ascolto (= Fides ex auditu, Rm 10,17), quindi il cristiano è un “oboediens” (= colui che vive di ascolto). È bugiardo chi dice di essere cristiano e chiude le orecchie all’ascolto della Parola del suo Dio. È il continuo ascolto delle parole di Gesù che costituisce la garanzia che il Dio in cui dico di credere è il Dio di Gesù e non una creazione della mia testa; “l’ascolto” domenicale della messa è indispensabile se davvero voglio vincere la tentazione di ospitare nella mia mente un “Dio secondo me” e voler invece credere al “Dio di Gesù Cristo”.

Avete mai notato che tra le virtù (teologali e cardinali) elencate nel catechismo non figura l’obbedienza? Perché l’obbedienza è la naturale manifestazione della fede; è l’Amen (= appoggio) con cui aderisco alla Parola penetrata nelle mie orecchie. In latino “obbediente” (ob + audio) significa “colui che ascolta”. Provate a dire in dialetto: “Mio figlio è disobbediente, non mi ubbidisce”; nella nostra lingua dialettale non esiste un vocabolo corrispondente, diciamo: “Nun me sente”, ricorrendo così al significato originale latino.

Avere “Fede” non significa far cadere l’intelligenza in letargo o un accettare acriticamente alcuni principi indimostrabili. Non è vero che ha fede chi si mette in testa un’idea cercando con tutte le forze di convincersene e si ostina a vivere solo per quell’idea: in tal caso si tratterrebbe di una persona cocciuta, fanatica, fondamentalista.

La Fede è relazione buona con Dio, è l’apertura accogliente della sua Parola. La Fede è il mio “Amen” (= adesione) a ciò che Dio dice ; adesione che impegna “tutto il mio cuore, tutta la mia anima, tutta la mia mente”, non un po’ del mio cuore, una parte della mia anima, un angolo della mia mente. Tutto: altro che atrofizzare l’intelligenza.

Credere è essenzialmente un verbo di movimento perché, pur richiamando la stabilità della “Roccia”, lancia il credente verso l’Infinito in un’avventura che attiva per tutta la vita intelligenza e volontà, il cui riverbero si rende visibile nell’etica o nel comportamento quotidiano.

“Effatà” = Apriti: dal Sacramento pasquale del battesimo/orecchie aperte per accogliere la Parola e la bocca per parlare la fede.

 
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