Home IL PARROCO Editoriali 2012 Editoriale Marzo 2012

Editoriale Marzo 2012

QUARESIMA: PERCHÈ NON ALLENARCI A SANTIFICARE IL DOLORE?

di don Francesco Cazzato


 

«…Se mi corico, dico: “Quando mi alzerò?” La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. I miei giorni scorrono più veloci di una spola, svaniscono senza un filo di speranza. Ricordati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà più il bene».

È un frammento di uno dei numerosi monologhi contenuti nel libro di Giobbe, uno dei libri più belli della letteratura universale; chiunque può ritrovare in quelle pagine bibliche una parte di se stesso. Il libro di Giobbe affronta il problema con il quale l’umanità si confronta da sempre e per sempre dovrà confrontarsi: l’assurdità del dolore, che si raddoppia quando il dolore colpisce chi, per la sua rettitudine, sembrerebbe meritare un destino diverso. In termini di giustizia umana la sofferenza dell’innocente è quanto di più incongruente si possa immaginare e la conseguenza è che la vita diventa solo un cammino, spesso doloroso, verso la morte. E, se la morte è la definitiva conclusione dell’esistenza umana… tutto quanto accade finisce per essere privo di senso.

La fede non risolve magicamente il problema, anzi, in certi casi lo rende più acuto perché non riesce a comprendere come un Dio buono possa permettere la sofferenza delle sue creature. Ragionare in questi termini, però, significa ragionare pretendendo che le logiche umane si possano applicare a Dio e significa non distinguere quanto appartiene alla nostra condizione umana e quanto appartiene alla nostra relazione con Dio. Nel libro di Giobbe è presente il mistero del dolore, la inefficacia di tutte le soluzioni illusorie e la relazione tra uomo e Dio. Più si legge il libro di Giobbe, più si scopre il senso della relazione umana e più cresce il desiderio di una relazione personale con Dio. [Desiderio di Dio]

Dal punto di vista formale la scelta letteraria dei lunghi monologhi che compongono il testo ha una notevolissima importanza. Per sua natura un monologo non risolve i problemi, a un soliloquio mancano gli stimoli che un interlocutore può offrire in una condizione di dialogo. La lezione veramente grande sta nel fatto che Giobbe è il solo che parla con Dio, accetta di averlo come interlocutore; accetta cioè di passare dal monologo al dialogo. Giobbe è il solo che parla con Dio e lascia parlare Dio, mentre gli altri personaggi parlano semplicemente di Dio. Solo Dio può svelare a Giobbe quello che né lui né i suoi amici sono in condizione di sapere. In questa maniera l’autore sacro spiega che il mistero del dolore è fuori della portata per l’uomo che non cerca il dialogo con Dio, un dialogo dal quale si impara qualcosa di Dio e molto di se stessi.

[Dio dialoga con l’uomo]Nella persona di Gesù, Dio non solo dialoga con l’uomo che soffre, ma si pone accanto fino a diventare sulla croce l’Uomo dei dolori. Leggendo il Vangelo si nota sin da subito come Gesù abbia unito all’attività di predicare quella di guarire, esaltando con questo verbo l’aspetto miracolistico del suo operare. Solo che il verbo “guarire” utilizzato nella traduzione italiana ingloba due verbi diversi sella lingua originale greca: ili primo è guarire, il secondo è curare, prendersi cura, servire; e chiunque pratichi una terapia sa bene che non sempre la cura conduce alla guarigione, a volte allevia un male, non lo estirpa. Secondo il testo evangelico Gesù ha operato molti miracoli di guarigione e nello stesso tempo si è preso cura di molti malati. Una maggiore fedeltà al testo evangelico aiuterebbe i cristiani a riconoscere il vero prodigio che essi stessi potrebbero replicare: prendersi cura di quanti sono nel bisogno; questo miracolo (=fatto prodigioso) sarebbe davvero alla portata di tutti noi.

La Chiesa mette un sacramento a disposizione di tutti coloro che vogliono attuare questo prodigio: l’Unzione degli Infermi. Questo non è l’ultimo sacramento da ricevere, l’ultimo è il Viatico. L’Unzione degli Infermi consacra (=rende sacra) la sofferenza, cioè unisce a Dio questa fase dolorosa del nostro vivere. Rende sacro anche tutto ciò che ruota intorno al dolore: l’assistenza dei familiari, badanti, infermieri, medici, farmacisti…

Nella vita si soffre comunque: con o senza questo Sacramento. Gesù ci dona la possibilità di dare un valore divino anche a questa sezione non piacevole della vita umana. È segno di intelligenza chiedere per tempo questo Sacramento senza attendere il momento dell’agonia. Si muore comunque, con o senza il Sacramento dell’Unzione; allora, perché sprecare una facile occasione per essere santificati?

 
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