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Per essere come Dio (don P. Nicolardi)

 

PER ESSERE COME DIO

Meditazione per gli Esercizi di Cristianesimo

Parrocchia S. Eufemia (Tricase)

Giovedì, 28 marzo 2019

Don Pierluigi Nicolardi


 


 

A         2,25 Ora tutti e due erano nudi, l'uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna.

B          1 Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna:

«È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?».

2 Rispose la donna al serpente:

«Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, 3 ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete».

4 Ma il serpente disse alla donna:

«Non morirete affatto! 5 Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male».

B’         6 Allora la donna vide che l'albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch'egli ne mangiò.

A’        7 Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.


 

 

LETTURA DELLA STRUTTURA DEL TESTO

Per comprendere pienamente la struttura e il contenuto della pericope di Gen 3,1-7 è necessario fare una piccola inclusione e ripartire dal versetto conclusivo del capitolo 2. Infatti, considerando anche il passaggio che volutamente non ho commentato la settimana scorsa si crea una struttura che vede la coppia uomo-donna in armonia anche con il proprio corpo, conscia della propria nudità (A); a questo punto si innesca il processo di tentazione e dubbio prodotto dal serpente (B) con la relativa risposta-azione della donna – e dell’uomo – (B’). Infine, come conseguenza dell’azione della donna e dell’uomo, la perdita dell’innocenza e la constatazione della nudità come vergogna (A’).

COMMENTO

La lettura attenta del testo consente a ciascuno di sfatare alcuni miti legati al racconto della caduta; spesso, infatti, ascoltiamo alcuni cliché che vedono anzitutto la donna più colpevolizzata perché ritenuta responsabile dell’inclinazione verso la tentazione, o che il frutto del peccato sia la mela, piuttosto che altro, o che l’origine dei mali sia legata ad un disordine di tipo sessuale e non piuttosto ad una disobbedienza, ad un rifiuto del progetto di Dio.

Nel capitolo precedente abbiamo visto come Dio crei l’uomo e la donna in relazione non solo tra di loro, ma anche in relazione con se stesso; l’equilibrio di questa relazione risiede nella constatazione della nudità armoniosa – «non ne provavano vergogna», afferma il testo. Abbiamo già detto che l’uomo si realizza attorno ad alcune relazioni fondamentali – con Dio, con gli altri e con se stesso e con il creato – e la realizzazione della persona crea equilibrio e armonia.

Cosa accade a questa armonia?

Per rispondere alla domanda, l’autore sacro introduce in questo dramma un personaggio che non era ancora stato citato, il serpente. Esso viene presentato anzitutto come una creatura di Dio, ma tra tutti gli esseri creati è considerato il più astuto; nel Midrash, i Maestri spiegano che questo personaggio rappresenta lo yetzer harah, l’istinto del male, che nel contesto del racconto è il desiderio che induce a seguire i propri impulsi e a mettere in discussione i limiti imposti dall’autorità paterna. Il dialogo tra Eva e il serpente ha infatti tutte le caratteristiche di un vero monologo interiore e il serpente sembra assumere il ruolo di simbolo di ogni voce che pretende di offrire all’umanità una via alternativa di felicità lontana da Dio.

Vediamo nel dettaglio questo dialogo. L’avvio del dialogo è del serpente; «egli disse alla donna». Non è un caso che il rapporto tra l’umanità e l’antico avversario, il serpente, inizi con una bugia: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?» (3,1); nella tradizione giudaica male è il tentatore, è un cattivo consigliere che spinge l’uomo verso l’errore e il peccato (cf. 1Cro 2,1). Qual è la bugia? Dio, introducendo la coppia umana nel giardino, li pone come custodi di quanto creato permettendo loro di godere del frutto di ogni albero, tranne di uno solo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Gen 1,16-17). Il serpente ingigantisce il comando di Dio insinuando il dubbio nella donna, la trae in inganno estendendo il divieto su tutti gli alberi.

La donna cade nel tranello del serpente; la sua risposta, infatti, è sì una obiezione, ma ormai viziata dal dubbio: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete» (3,2-4).

E qui, ancora una volta, il serpente cambia la realtà delle cose: mangiando il frutto dell’albero proibito non si muore, anzi, si diventa come Dio. A questo punto potremmo fermarci e non andare oltre nel racconto; infatti, se vogliamo intravedere l’origine del peccato dobbiamo fermarci a questo punto: la tentazione del serpente è insinuare nel pensiero dell’uomo e della donna di riuscire a diventare come Dio senza Dio. Se leggiamo i racconti della creazione nella loro globalità, ci accorgiamo che Dio non è geloso della sua condizione. Egli – afferma il primo dei racconti – ci crea a sua immagine e sua somiglianza (cf. Gen 1,26-27); nel secondo racconto, per quanto tratto dalla terra, l’uomo è l’unico essere vivente a possedere l’alito di vita di Dio (cf. Gen 2,7). Dio non è geloso della sua condizione, tutt’altro: Egli partecipa a noi la sua stessa natura.

Al contrario è il serpente ad essere geloso dell’uomo, la creatura più eminente uscita dalle mani di Dio; il libro della Sapienza, che cerca di dare una risposta al perché della morte, riprende proprio il tema della gelosia: «per l'invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono» (Sap 2,24). Dio vuole che l’uomo e la donna siano come Lui, ma attraverso la comunione con Lui; il serpente rompe la comunione tra l’umanità e Dio creatore.

È opportuno precisare che, se è vero che all’origine del peccato c’è la menzogna e l’opera di inganno del serpente, è anche vero che non si può deresponsabilizzare l’uomo; infatti, dopo il discorso del serpente non ci sono delle coercizioni, ma delle azioni libere che trovano origine in una coscienza erronea. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che «Ciò avviene quando l'uomo non si cura di cercare la verità e il bene, e quando la coscienza diventa quasi cieca in seguito all'abitudine del peccato» (n. 1791). La donna – e l’uomo in solido con lei – non si curano di cercare la verità e il bene, ma si accontentano di quanto raccontato dal serpente.

Il versetto 6 mostra chiaramente che non c’è stata alcuna costrizione: la donna ha agito e, in seguito, anche l’uomo. Il peccato, allora, non è una fatalità, non è lo scherzo di un destino beffardo, ma l’inclinazione del cuore verso ciò che appare bello e vero, ma tale non è.

«Allora si aprirono gli occhi di tutti e due» (3,7); la conseguenza della disubbidienza a Dio è chiara: mangiare del frutto della conoscenza del bene e del male vuol dire perdere la Grazia creaturale e accorgersi dei propri limiti, simboleggiati nel racconto dalla nudità.

Quest’ultimo versetto ci riporta all’inizio della nostra riflessione: l’armonia e l’equilibrio di rapporti con Dio permettevano all’uomo e alla donna di non provare vergogna alcuna; il peccato, interrompendo il rapporto armonico, riporta alla vista la loro condizione di nudità della quale ora provano vergogna.

La prima coppia, Adamo ed Eva, perdendo l’innocenza dello sguardo, in realtà demoliscono il rapporto con il Dio Creatore, costruendosi l’immagine di un Dio geloso di sé e della sua condizione; in questo rapporto falsato con Dio, si sgretolano anche tutti i rapporti fondamentali: la maledizione che segue il racconto della caduta mostra la rottura di ogni equilibrio e armonia. Il rapporto uomo-donna sarà sottoposto a tensioni (il partorire con dolore e la relazione di dipendenza tra donna e uomo), il rapporto con la creazione è spezzato e il creato diventa un ambiente ostile all’uomo (trarre frutto con fatica), la stessa creazione sarà assoggettata alla corruzione a causa della disobbedienza dell’uomo.

Può essere del peccato l’ultima parola? San Paolo ci insegna che dove abbondò la colpa, sovrabbonda grazia (cf. Rm 5,20) e, dunque, la parola definitiva è ancora di Dio e quella parola è il Verbo stesso di Dio, Gesù. Egli, Grazia apportatrice di salvezza per tutti gli uomini (cf. Tt 2,11), è il vero Adamo, colui che, in tutto obbediente al Padre (cf. Fil 2,8-9; Eb 5,8), risana la ferita del peccato riportando l’umanità nella traiettoria di Dio; se l’antico avversario, il serpente, aveva insinuato nell’umanità la possibilità di diventare come Dio senza Dio, il Cristo ci insegna che l’unica via per diventare come Dio è attraverso di Lui: non c’è via di divinizzazione che non passi attraverso la sua stessa Carne. Voglio riportare alcune parole di Salvatore Natoli, un filosofo che si definisce cristiano pur non essendolo credente:

"La presunzione d'infinito è scaturita dall'idea, nel cristianesimo sana, di poter essere Dio con Dio. Nel corso della modernità questa idea si è secolarizzata e si è trasformata nel voler essere Dio senza Dio, si è mutata nella pretesa della realizzazione infinita di sé" (S. NATOLI, Il cristianesimo di un non credente, Qiqajon, Magnano 2002, p. 69-70).

Ricorda S. Pietro:

La sua potenza divina ci ha donato tutto quello che è necessario per una vita vissuta santamente, grazie alla conoscenza di colui che ci ha chiamati con la sua potenza e gloria. Con questo egli ci ha donato i beni grandissimi e preziosi a noi promessi, affinché per loro mezzo diventiate partecipi della natura divina, sfuggendo alla corruzione, che è nel mondo a causa della concupiscenza (2Pt 1,3-4).

È Cristo l’albero i cui frutti ci aprono alla piena conoscenza dell’amore e ci permettono di essere pienamente partecipi della vita divina.

Ultimo aggiornamento (Martedì 09 Aprile 2019 06:37)

 
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